Dall’editoriale:
Fare riflessioni sulla guerra è sempre inattuale, e ciò perché la guerra è – purtroppo – sempre attuale. Fatto questo giro di parole, questo editoriale parte da stimoli sorti in seguito alla rilettura di alcuni testi, sulla guerra appunto. Uno di questi è La guerra e il suo rovescio di Riccardo d’Este, ed. Anarchismo, 2013, pubblicato originariamente in una collettanea nel 1991 da Nautilus edizioni. Per la prima volta, in quell’occasione, con l’intervento degli Usa e di una coalizione di Stati contro l’Iraq, a seguito dell’invasione del Kuwait, i governi parlano di guerra come operazione di polizia internazionale, cercando così di mistificare i loro intenti e, in qualche modo, rendere più soft e quasi più accettabile la loro partecipazione. Riccardo d’Este afferma che in realtà la definizione di “operazione di polizia internazionale”, nonostante cerchi di nascondere la guerra vera e propria che si mette in atto, è abbastanza fedele proprio all’essenza di ciò che si vuole fare. Gli Stati Uniti si ponevano come i poliziotti di un nuovo ordine mondiale che, esattamente come fa la polizia di uno Stato, reprime chi non è allineato a quell’ordine. Tale definizione si può probabilmente applicare anche alla guerra nel Golfo del 2003, con i bombardamenti (in diretta TV e trasmessi in maniera spettacolare) degli Usa contro l’Iraq e precedentemente nella guerra in Afghanistan del 2001, quando gli Usa decisero di attaccare questo Paese come risposta all’attentato alle torri gemelle. È utile tenere a mente questo concetto di sicurezza mondiale attraverso il quale alcuni governi, quello statunitense in primis, hanno deciso di tenere in scacco il mondo con deliri di onnipotenza, forza militare, economica ed equilibri strategici, provando a mistificare in qualche modo la realtà nuda e cruda della guerra fatta di morte, devastazione e flusso di capitali.
Per molti anni, parlare di guerra ci ha fatto pensare a qualcosa di distante da noi, aberrante, ingiusto, feroce ma lontano. E con una certa lucidità e lungimiranza, i testi anarchici su questo argomento hanno cercato di analizzare quanto, in tempi di apparente pace, la guerra sia comunque presente, seppure sotto altri aspetti e che il militarismo è una logica da contrastare in ogni epoca. Oggi, i tempi di cosiddetta pace (che prepara la guerra), o di guerra lontana (operazione di polizia internazionale o di peace-keeping, secondo la neolingua del potere), sembrano essere nuovamente mutati e sembra molto chiara la virata verso la guerra guerreggiata anche alle nostre latitudini. Ma ciò non è solo effetto della vicinanza geografica rispetto ad alcuni conflitti, come quello in Ucraina o in Palestina, dove è in corso anche lo sterminio di una popolazione e la colonizzazione di un territorio; ciò è anche effetto della propaganda bellica che ha preso avvio ormai da qualche tempo e dell’economia che, senza esagerazione, è diventata economia di guerra, con crescite significative dei finanziamenti rivolti proprio a questo settore. A ciò bisogna aggiungere che ormai, ripetutamente, in alcuni Paesi europei si parla di reintrodurre la leva militare obbligatoria e che ospedali e servizi pubblici di vario tipo sono stati allertati a prepararsi ad evenienze belliche. Le università e la loro ricerca sono da tempo coinvolte in progetti di guerra e nelle scuole si avvicendano forze militari a giustificare la presenza nella società del militarismo. Usando la memoria, dovremmo fare un passo indietro di più di vent’anni per intravedere tutto questo, tenendo a mente quel concetto di sicurezza o di polizia internazionale che ha avuto un contraltare anche all’interno degli Stati: le legislazioni sempre più liberticide, che dal 2001 (avendo come pretesto l’attacco alle torri gemelle, ma anche le grandi manifestazioni contro i G8 che si erano verificate in quegli anni, culminate con quelle di Genova nello stesso anno e che stavano dimostrando un certo fervore e una certa opposizione alle politiche inique degli Stati), sono state emanate in molti Stati occidentali. Da quel momento storico la guerra si è accompagnata sempre più alla repressione, alla cancellazione di libertà, al riempimento delle carceri, alla criminalizzazione dell’immigrazione, alla militarizzazione delle città, all’espropriazione delle campagne. Mentre quindi in Occidente si producevano armi e ordigni di ogni tipo e le società di armamenti aumentavano sempre più il loro fatturato e le guerre si svolgevano lontano dai nostri occhi, in questa parte di mondo si poteva toccare la pace del capitale. (…)
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