Libri in distribuzione

Vecchi titoli delle Editziones de su Arkiviu-Bibrioteka “T. Serra” nuovamente disponibili in distribuzione…

 

  • Antonio Roberto Budini (a cura di), Il salto. Spunti di analisi e critica sulla tematica animalista, 2009, pag. 175, € 12 (seconda edizione aggiornata)
  • Un “Copain”, Ricordi su Jules Bonnot e il suo gruppo, 2002, pag. 107, € 5 (seconda edizione)
  • Costantino Cavalleri, L’anarchismo nella società post-industriale. Insurrezionalismo, informalità, progettualità anarchica alle soglie del Duemila, 2006, pag. 160, € 5 (terza edizione con nuovi documenti)

Collana “I Refrattari”

  • … E venne l’epoca di Ravachol. Gli attentati di Ravachol e dei suoi vendicatori. Cronache giudiziarie dell’anarchismo militante 1891-1894, 2018, pag. 159, € 7 (seconda edizione)
  • Vaillant, Henry, Sante Caserio. Gli attentati alla camera dei deputati, al Caffè Terminus e al presidente della Repubblica, Carnot. Cronache giudiziarie dell’anarchismo militante 1893-1894, 2018, pag. 175, € 7 (seconda edizione)
  • Bernard Thomas, La Banda Bonnot, 2002, pag. 239, € 7 (terza edizione)
  • V. Zasulic, O. Ljubatovic, E. Kovalskaja, Memorie di donne populiste, 2006, pag. 238, € 7
  • Ronald (Ronny) Fritzsch, Gerald Klopper, Ralf Reinders, Gaby Rollnik, Fritz Teufel, Klaus Viehmann e Norbert “Knofo” Krocher, Il Movimento 2 giugno. Scritti e testimonianze. La lotta armata a Berlino Ovest e nella Germania Federale, 2009, pag. 255, € 9
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L’arte di vendere

L’autogoverno è inversamente proporzionale al numero. Quanto più vasto l’elettorato, tanto minore il valore del voto. L’elettore si sente impotente, quantità trascurabile, quando sta in mezzo a milioni di suoi simili. I candidati che egli ha eletto stanno lontani, in cima alla piramide del potere. In teoria essi sono i servitori del popolo; ma in pratica sono servitori che danno ordini e il popolo, giù dalla base della piramide, deve obbedire. (…) «L’uno e l’altro partito» scriveva nel 1956 il direttore di un importante giornale economico «metteranno sul mercato candidati e programmi con gli stessi metodi che il mondo degli affari ha inventato per vendere una merce. Fra l’altro la selezione scientifica dei motivi e l’iterazione pianificata… La radio ripeterà, con tensione programmata, i suoi inserti pubblicitari. I manifesti sosterranno parole d’ordine di cui si è studiata l’efficacia… Davanti alla macchina della televisione, ai candidati non basterà voce calda e buona dizione: dovranno avere anche un aspetto “sincero”!».

I mercanti della politica fanno appello solo alla debolezza dei votanti, mai alla forza potenziale. Essi non cercano di portare le masse, attraverso l’educazione, alla capacità d’autogoverno; a loro basta manipolarle e sfruttarle. A questo scopo mobilitano e mettono all’opera tutte le risorse della psicologia e delle scienze sociali. Si fanno “interviste in profondità” a campioni accuratamente scelti dell’elettorato. Queste interviste in profondità rivelano i timori e i desideri inconsci che dominano in una determinata società al momento delle elezioni. Poi gli esperti scelgono frasi e immagini intese a placare o, se necessario, ad acuire quei timori, a soddisfare quei desideri, almeno simbolicamente; le sperimentano sul lettore o sull’ascoltatore, le cambiano e le migliorano alla luce delle nozioni così acquisite. Poi la campagna politica è pronta per la comunicazione di massa. Ora occorrono soltanto quattrini e un candidato che impari a fare la faccia “sincera”. Con la nuova liturgia, princìpi politici e programmi concreti hanno ormai perso gran parte della loro importanza. Contano davvero solo due cose: la personalità del candidato e la maniera in cui la sanno proiettare gli esperti della pubblicità. Il candidato deve essere bello, in qualche modo, o virile o paterno. Deve saper intrattenere il pubblico senza annoiarlo. Il pubblico, avvezzo alla televisione e alla radio, vuole lasciarsi distrarre, e non ama che gli si chieda di concentrarsi, di compiere una lunga fatica intellettuale. Perciò i discorsi del candidato attore devono essere brevi e scattanti. I grandi problemi del momento debbono essere liquidati in cinque minuti al massimo; magari (perché il pubblico non vede l’ora di passare ad argomento più vivace dell’inflazione o della bomba H) in sessanta secondi netti. La natura dell’oratoria è tale che fra i politici e i chierici c’è sempre stata la tendenza a semplificare le questioni complicate. Dalla tribuna o dal pulpito anche al più coscienzioso degli oratori è difficile dire tutta la verità. I metodi che si usano oggi per vendere il candidato politico, come se fosse un deodorante, danno all’elettorato questa garanzia: egli non sentirà mai dire la verità, su niente.

Ritorno al mondo nuovo, Aldous Huxley, 1958

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NON UNA DIFESA

  

Si aprirà l’11 settembre a Lecce, un maxi processone contro quasi un centinaio di manifestanti, accusati, a vario titolo, di essersi opposti alla realizzazione del gasdotto Tap. Una sorta di evento spettacolare con grandi numeri, fatto più per impressionare e lasciare un segno repressivo che in qualche modo sia da monito anche per altri. Al di là della sede scelta per il processo, l’aula bunker, ufficialmente per motivi legati alle norme anti-covid, ufficiosamente per creare un clima adatto alla criminalizzazione dell’opposizione a Tap, che cosa resti nelle mani di accaniti e ligi dipendenti dell’Ordine e dell’Economia, non è molto. Non abbiamo nulla, infatti, da cui doverci difendere. Al contrario: questo processo dovrebbe essere un’accusa che si ribalta contro coloro che devastano la terra, per un progresso che ha svelato il suo volto marcio ormai da secoli. Infrastrutture impattanti, come un gasdotto, alimentano un sistema energivoro che produce solo devastazione, controllo, repressione. Basta guardarsi attorno. Non vi è nulla che non sia connesso e collegato alle altre cose. Per questo non possiamo pensare che la realizzazione di un gasdotto sia solo questo. Esso invece è la realizzazione di un’opera che colonizza i luoghi e le menti. È l’espressione di un sistema economico che sta spingendo al baratro il pianeta, alla morte e alla schiavitù milioni di individui.

Abbiamo una sensazione strana. Da qualche tempo ormai, da quando è scoppiata la questione xylella, questo territorio vive una trasformazione senza precedenti. Sulla morte della foresta di ulivi che lo abitavano, aleggiano gli interessi di lobby varie, dal turismo all’agricoltura industriale, tutto sembra andare nella direzione di un cambiamento economico radicale che impoverirà profondamente la natura di questi luoghi. E nel deserto che avanza, le infrastrutture energetiche troveranno di sicuro meno ostacoli. Tentativi in corso ormai da tempo anche con l’energia rinnovabile. Questo è ciò che sembra stia accadendo. Potremmo sbagliarci, ma che vi sia una lenta espropriazione di questi territori e di coloro che li abitano non sembra affatto fantascienza. Basta vedere che fine hanno fatto le tradizioni musicali, ormai imbalsamate, come in un museo, ad uso esclusivo della società dello spettacolo televisivo. Viene in mente ciò che è accaduto in Argentina, dove i Benetton hanno realizzato un museo dedicato ai Mapuche, dopo averli espropriati, uccisi e repressi, così da eliminarli e zittirli una volta per tutte e rendere testimonianza di ciò che si vuole solo passato. Ecco, nel Salento Nuovo non si vuole più vita ma solo testimonianza, sfruttamento, privatizzazione, morte culturale, omologazione, gentrificazione, emigrazione. Perciò, in questo processo, il posto da imputato è l’unico su cui ci si possa sedere, per avere tentato di opporsi almeno in parte al filo spinato che si sta ergendo davanti a noi. Ed averlo fatto praticamente, lottando, mettendo in mezzo i propri corpi. Se c’è qualcosa da difendere in questa storia, è proprio l’autodeterminazione di alcune decine di individui che, a dispetto di tutto, hanno provato ad essere sabbia negli ingranaggi del sistema industriale. E vanno difese anche le pratiche messe in atto, dai blocchi stradali, ai sabotaggi, dai disturbi arrecati alle ditte coinvolte, alle pietre. Molto poco purtroppo, ma è dall’esperienza che si impara di più, poiché l’esperienza rimane nel vissuto degli individui e delle popolazioni. Per cui, signori giudici, avete ben poco da giudicare. La vostra legge serve a garantire lo sfruttamento e il privilegio. Infrangerla è il minimo che si possa fare.

Alcuni anarchici, imputati e non

Non una difesa

 

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Il mondo nuovo

«Certe volte mille vibranti strumenti cantano alle mie orecchie, e certe volte delle voci».

La faccia del Selvaggio s’illuminò d’improvviso piacere. «L’ha letto anche lei?» chiese. «Credevo che nessuno conoscesse questo libro in Inghilterra».

«Quasi nessuno. Io sono uno dei pochissimi. È proibito, sa. Ma siccome io faccio le leggi, posso anche violarle. Con impunità, signor Marx» aggiunse volgendosi a Bernard. «Mentre temo che lei non possa». […]

«Ma perché è proibito?» domandò il Selvaggio. Nella sua emozione di trovarsi con un uomo che aveva letto Shakespeare, aveva momentaneamente dimenticato ogni altra cosa.

Il Governatore alzò le spalle. «Perché è vecchio; questa è la ragione principale. Qui non ci è permesso l’uso delle vecchie cose».

«Anche quando sono belle?».

«Soprattutto quando sono belle. La bellezza attira, e noi non vogliamo che la gente sia attirata dalle vecchie cose. Noi vogliamo che ami le nuove».

«Ma le nuove sono stupide e orribili! Questi spettacoli dove non c’è nulla all’infuori di elicotteri che volano dappertutto e dove si sente la gente che si bacia». Fece una smorfia. «Caproni e scimmie». Soltanto con le parole d’Otello poté dare un corso adeguato al suo disprezzo e al suo odio.

«Dei buoni animali domestici, dopo tutto» mormorò il Governatore a mo’ di parentesi.

«Perché non fa leggere loro Otello, piuttosto?».

«Gliel’ho detto, è vecchio. D’altra parte non lo capirebbero». […]

«Ebbene, allora» disse dopo una pausa «qualche cosa che somigli a Otello e che essi possano capire». […]

Ribatté il Governatore. «Perché, se somigliasse veramente a Otello, nessuno lo capirebbe, per quanto nuovo potesse essere. E se fosse nuovo, non sarebbe possibile che somigliasse a Otello». […] «Perché il nostro mondo non è il mondo di Otello. Non si possono fare delle macchine senza acciaio, e non si possono fare delle tragedie senza instabilità sociale. Adesso il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole, e non vuole mai ciò che può ottenere. Sta bene; al sicuro; non è mai malata; non ha paura della morte; è serenamente ignorante della passione e della vecchiaia; non è ingombrata né da padri né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente; è condizionata in tal modo che praticamente non può fare a meno di comportarsi come si deve. E se per caso qualche cosa non va c’è il soma… che lei getta via, fuori dalle finestre, in nome della libertà, signor Selvaggio. Libertà!» si mise a ridere. «Si aspetta che i Delta sappiano che cos’è la libertà! Ed ora si aspetta che capiscano Otello! Povero ragazzone!». […]

«La popolazione ottima» disse ancora Mustafà Mond «è modellata come un iceberg; otto noni al di sotto della linea d’acqua, un nono sopra».

«E sono felici sotto la linea d’acqua?».

«Più felici che sopra. Più felici di questi suoi amici, per esempio». E li indicò.

«Nonostante il loro lavoro ingrato?».

«Ingrato? Non lo ritengono così. Al contrario, lo amano. È leggero, è infantilmente semplice. Niente sforzo della mente o dei muscoli. Sette ore e mezzo di lavoro leggero e non estenuante, e poi la razione di soma e le copulazioni senza restrizione e il cinema odoroso. Che cosa potrebbero chiedere di più? Naturalmente» aggiunse «potrebbero chiedere qualche ora di meno. E naturalmente noi potremmo concedere loro qualche ora di meno. Tecnicamente sarebbe la cosa più semplice del mondo ridurre tutte le caste inferiori a lavorare tre o quattro ore al giorno. Ma sarebbero più felici per questo? No, non lo sarebbero. L’esperimento è stato tentato più di centocinquant’anni fa. Tutta l’Irlanda fu messa alla giornata di quattro ore. Quale fu il risultato? Agitazione e un largo incremento nel consumo del soma: ecco tutto. Quelle tre ore e mezzo di riposo extra furono così lontane dall’esser fonte di felicità, che la gente si vide costretta ad andarsene in vacanza per sfuggirle. L’Ufficio invenzioni è pieno di progetti per risparmiare la mano d’opera. Ce n’è migliaia». Mustafà Mond fece un largo gesto: «E perché non li mettiamo in esecuzione? Per il bene dei lavoratori; sarebbe pura crudeltà infliggere loro un riposo eccessivo. […] D’altra parte noi dobbiamo pensare alla nostra stabilità. Noi non vogliamo cambiare. Ogni cambiamento è una minaccia per la stabilità. Questa è un’altra ragione per cui noi siamo poco disposti a utilizzare le nuove invenzioni. Ogni scoperta nel campo della scienza pura è sovversiva in potenza; anche la scienza deve talvolta essere trattata come un possibile nemico. Si, anche la scienza». […] «Si,» diceva Mustafà Mond «questo è un altro articolo al passivo della stabilità. Non è solo l’arte a essere incompatibile con la stabilità; c’è anche la scienza. La scienza è pericolosa; noi dobbiamo tenerla con la massima cura incatenata e con tanto di museruola».

«Cosa?» fece Helmholtz al colmo dello stupore. «Ma noi diciamo continuamente che la scienza è di tutti. È una sentenza ipnopedica». […] «Si, ma quale specie di scienza?» domandò sarcasticamente Mustafà Mond. «Voi non avete ricevuto cultura scientifica, e di conseguenza non potete giudicare. Io ero un ottimo fisico, ai miei tempi. Troppo bravo, bravo quanto basta per rendermi conto che tutta la nostra scienza è una specie di libro di cucina, con una teoria ortodossa dell’arte della cucina che nessuno ha il diritto di mettere in dubbio, e una lista di ricette alla quale non si deve aggiungere nulla eccetto che dietro permesso speciale del capocuoco. Adesso il capocuoco sono io».

Il mondo nuovo, Aldous Huxley, 1931

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SPUTIAMO SU DIOr

Chissà se Mons. Seccia sia stato informato che tra le luminarie di p.za Duomo, che hanno fatto da cornice alla pomposa sfilata di Dior a Lecce vi era, tra le altre, una frase di Carla Lonzi, la nota femminista degli anni ’70 che, nel criticare radicalmente il patriarcato e la società maschilista, auspicava la distruzione del matrimonio, la liberazione totale della donna, soprattutto nella sfera sessuale, dominata da un immaginario completamente maschile ed eterosessuale. Insomma tutto ciò di cui la Chiesa (e le varie religioni) è responsabile, avendo contribuito fortemente, nei secoli, a rendere la donna sottomessa. D’altra parte la figura della modella in passerella, anoressica e dalla bellezza omologata, continua a produrre l’esempio di una donna schiava, in serie, usata solo per il suo aspetto fisico, quindi senza individualità e identità. Del resto è ormai da tempo che con questa storia della bellezza, viene distrutta qualsiasi diversità. Non esiste più bellezza perché esiste solo ciò che il Capitalismo fagocita e cancella. Che siano i paesaggi, le città, la natura, la cultura, l’arte, persino il sacro. Il Dio più importante in effetti sembra essere proprio il denaro accumulato nella pancia dei ricchi a scapito di tutti gli altri. Hanno ragione coloro che dicono che nei territori rimangono solo le briciole e che laddove il Capitale mette le sue radici rimangono solo esclusione, sfruttamento ed emigrazione perché alla gente del posto non rimarrà più niente se non la scelta obbligata di cercare fortuna da un’altra parte.

La sfilata di Dior è probabilmente una vetrina per il Salento che contribuirà a renderlo ancor più luogo esclusivo per cannibali di ogni tipo. Dalle coste all’entroterra sarà bomboniera privatizzata, militarizzata e intoccabile, accessibile solo ad élite danarose. Processo già in atto con una gentrificazione che ha trasformato il centro storico ormai da tempo, e con una espropriazione delle coste e delle campagne che diventeranno sempre più proprietà privata di pochi colossi imprenditoriali, come accaduto con Tap, il rinnovabile e il turismo. Ed è imbarazzante come un mediocre burocrate e un giornalaio, di fronte alle telecamere di una specie di regista, sbavino davanti ad una griffe dell’alta moda, espressione del più becero Capitalismo, quello che rivende a migliaia di euro i suoi capi dopo averli prodotti per pochi spiccioli in condizioni di sfruttamento, blaterando di salentinità e amenità simili. Così come è imbarazzante la mercificazione della tradizione musicale, quella che apparteneva ai contadini. Si sarà rivoltata nella tomba, Carla Lonzi, a vedere il suo pensiero svenduto, lei che aveva scritto pagine radicali anche contro il sistema dell’arte, corrotto, patriarcale e in balìa di logiche capitaliste. Ed è proprio questo il punto. Riportando le sue parole “la differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza…”, non si può non pensare che quella differenza sovversiva non può appartenere all’omologazione borghese e aristocratica alla Dior e al lusso ostentato che vilipende la povertà, ma a coloro che aprono possibilità e rotture reali e liberatorie che, in effetti, solo le rivoluzioni hanno fornito.

dior

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Senza autorità

“Non furono gli oratori a conquistarmi all’anarchismo, ma la vita stessa”

Pavel Golman

Così si esprimeva un anarchico russo che, nei primi anni del Novecento, combatteva senza quartiere contro l’Autorità e l’iniquità che gli si presentavano davanti. La difesa della proprietà e delle classi più agiate significava fame e miseria per tutti gli altri, nonché galera e tortura qualora questi interessi venissero intaccati. A distanza di più di un secolo, la storia degli anarchici russi e polacchi, tra cui gli anarchici di Bialystok, piccola minoranza di origine ebraica, parla della lotta umana e ideale che si scaglia contro la ferocia dell’ordine costituito che affama e uccide. Parla di vite che vivono nel terrore (dalla katorga ai pogrom, alle manifestazioni di contadini e operai represse nel sangue) e che a quel terrore rispondono in tanti modi. Studiano e si difendono, attaccano ed espropriano. Nel clima generale di scioperi e rivolte, agiscono spinti dalla convinzione e dalla rabbia.

È curioso che, oggi, alcuni difensori del potere facciano riferimento a questa esperienza, raccontata in un libro uscito qualche tempo fa, per “custodire” nelle patrie galere alcuni anarchici accusati di sabotaggi e solidarietà.

Con l’arresto, qualche mese fa, di alcuni anarchici a Bologna, rei di aver solidarizzato con le proteste in carcere in tempi di stato d’emergenza, è stata dichiarata la base teorica secondo cui la solidarietà è diventata un crimine; l’ennesima operazione repressiva denominata Bialystok contro alcuni compagni, serve a consolidare il fatto che solidarizzare con gli anarchici arrestati o con i prigionieri in rivolta deve essere incriminato. Che diffondere e propagandare, nella pratica e nella teoria, idee di rivolta e insubordinazione è un crimine. Che impedire l’isolamento cui si vorrebbero relegare altri compagni (operazione Scripta Manent) e anzi difendere la ricchezza dei gesti e delle idee del movimento anarchico, va represso e ostacolato per meglio colpire quei compagni.

Ma in fondo, se tanto è cambiato da quella esperienza dei primi del Novecento, tanto risulta essere immutato. Che sia la vita stessa a spingere alla rivolta pare essere abbastanza chiaro, laddove la rabbia e la violenza sono gli unici linguaggi a potere essere usati contro la ferocia della repressione statale ed economica. Che sia l’istituzione carcere in sé, fatta di privazione di libertà e umiliazione, infantilizzazione e tortura, a spingere a rivoltarsi è innegabile. Che siano i Centri di Permanenza e Rimpatrio, fatti per rinchiudere e disumanizzare gli indesiderati della società, a spingere alla rivolta è innegabile. Che siano il nucleare, il controllo tecnologico, le infrastrutture energetiche, fatte per alimentare un mondo di merci mortifero e totalizzante, a spingere alla rivolta è innegabile.

Basta accorgersene, affidarsi al proprio corpo e affinare le idee. E se tutto ciò è un crimine nel triste e ristretto orizzonte del potere, per chi combatte l’autorità è vita.

Solidarietà a tutti gli anarchici prigionieri.

Alcuni beznachalie

Senza autorità pdf                                                          (diffuso a Lecce, 8/7/2020)

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Nuovi titoli in Biblioteca

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Ora pro nobis. Fine ingloriosa di una lotta

Iniziata con blocchi stradali e barricate, danneggiamenti e sabotaggi, la lotta contro Tap – quella pratica, quella per opporsi per davvero, partita il 20 marzo 2017 – arriva alla sua conclusione con una “preghiera per la Madre Terra”. Dalla fisicità dei corpi di individui che si opponevano al transito dei camion, si è arrivati all’incorporeità fantasmatica della religione, della spiritualità e della metafisica. Dalle possibilità offerte dai pensieri e dalle braccia di persone coscienti, si è arrivati ad affidarsi all’inconsistenza ectoplasmatica dei fantasmi e del sovrannaturale.

Si tratta della miserabile fine di una lotta iniziata bene e finita malissimo; una fine miserabile ma inevitabile, considerato che la presenza dei fantasmi ha iniziato subito ad aleggiare sulla lotta contro Tap. Dalla consapevole fisicità delle proprie possibilità, infatti, molto presto alcuni hanno voluto trascinare la lotta verso l’inconsistenza della politica, per passare poi all’impalpabilità della Legge e giungere oggi al suo inevitabile, triste epilogo, accompagnato da una serie di figure e figuri impegnati a raccontare le loro mitiche gesta, a lamentare la cattiva repressione che li perseguita, per tentare di blandire qualche cuore generoso e spingerlo ad aprire il portafogli per una donazione più o meno cospicua.

Su tutto ciò, fin dall’inizio, ha aleggiato lo spirito di un altro fantasma: quello della “lotta popolare”. Un fantasma che, partito da territori lontani, ha esteso le sue metastasi fino agli ulivi del Salento; una “lotta popolare” che voleva essere lotta di popolo intesa come lotta unica, castrando le innumerevoli possibilità che avrebbero potuto aprirsi se il popolo – questo ennesimo ectoplasma – fosse considerato come un insieme di individui diversi tra loro, anziché un blocco monolitico, una massa indistinta. È nel nome del popolo che questo genere di lotte può perdere la sua iniziale spinta ed abortire la sua fantasia, nel segno di un adeguamento ed adattamento delle forme della lotta su quelle che la maggioranza del popolo vuole, e ci si adatta e si rinuncia alle proprie, per non fare cosa sgarbata.

C’è un abisso incolmabile tra l’entusiasmante inizio della lotta e la sua miserabile – seppure inevitabile – fine. Un abisso che è prodotto del pensiero che accompagna la lotta stessa. Se per fare le barricate è necessario stare in piedi, muoversi, usare le braccia, ingegnarsi e mettersi in gioco, per pregare è sufficiente inginocchiarsi, giungere le mani ed affidarsi ad una entità presunta superiore. Ma quell’inginocchiarsi è il segno più limpido della sottomissione, ed inginocchiarsi e sottomettersi oggi davanti all’ectoplasma religioso, spirituale o metafisico, è l’inevitabile capolinea di chi prima si è inginocchiato e sottomesso ai fantasmi della politica, della Legge e della lotta popolare, abdicando alle proprie facoltà di individuo non sottomesso.

Lo sanno anche loro, gli adoratori di fantasmi, anche se non vogliono ammetterlo, ed è per questo che da tempo hanno smesso di ammorbare con il loro hastag di battaglia tanto non la fanno.

Requiescat in pacem.

Nemici di Tap

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Colpevoli di solidarietà

Tre serate benefit prigionieri anarchici

Una ventina di misure cautelari in meno di un mese: è il risultato delle
ennesime operazioni repressive a carico di anarchici in Italia. Accusati
del solito reato di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo”
per giustificare gli arresti, data l’inconsistenza degli elementi
probatori, gli inquisitori decidono di cambiare passo e puntano su due
aspetti per puntellare le loro inchieste: il reato di “istigazione a
delinquere” e la solidarietà. Se il primo permette di perseguire
chiunque prenda la parola nel corso di una manifestazione, accusandolo
di sobillare – cosa che ogni anarchico cerca di fare –, le diverse forme
della solidarietà sembrano essere il nuovo terreno da criminalizzare,
tanto da menzionarle come indizio di colpevolezza per colpire con
arresti preventivi.
Si dà il caso che la solidarietà sia proprio uno dei
capisaldi del pensiero e dell’agire anarchico, e cercare di colpire e
criminalizzare tale pratica significa provare a spingere un po’ di più
verso l’angolo chi abbia a cuore la libertà, propria e degli altri.
Rispondere continuando a praticarla, nelle sue innumerevoli modalità, è
il minimo che si debba continuare a fare.

Manifesto

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La perdita di tempo

Quando ieri (o forse l’altro ieri?) il primario, con un viso solenne e naturalmente senza che dalla sua bocca fossero uscite parole-tabù quali «pericolo» o addirittura «morire», mi spiegò il timore che non mi rendessi conto della «serietà» della mia condizione e che tuttavia (perché poi «tuttavia»?) si sentiva obbligato a richiamare la mia attenzione su di essa – dopotutto mi trovavo nel reparto di terapia intensiva -, io scrollai la testa e lo rassicurai che non ero io a non capire, ma che era al contrario lui che non mi capiva, e che non doveva certo sforzarsi di farlo perché capire una cosa del genere non era previsto dalla sua professione. Era troppo profondamente sconcertato per potersi subito indignare. «Che cosa intendete dire?», domandò. «Che invischiarmi in una simile perdita di tempo», risposi io, «come l’esser-morti, contraddirebbe il mio stile di vita. E che gli obbiettivi che devo ancora raggiungere, e che perciò non finiscono di tormentarmi, sono troppo importanti, e non ci sarebbe nessun altro che potrebbe scrivere i miei libri al posto mio ( e per di più la stesura di questi testi sarebbe per me davvero troppo divertente)». A quel punto si diede un colpetto sulla fronte. La mia irrispettosa qualificazione dell’esser-morti – che in fin dei conti, come lui voleva lasciar intendere, apparteneva esclusivamente al suo ambito professionale e certamente non al mio, inferiore -, come «perdita di tempo», gli sembrava non solo un’insolenza, ma addirittura un segno di confusione mentale. Ad ogni modo egli, subito dopo, si girò ostentatamente verso il giovane egiziano del letto accanto che diversamente da me «faceva il bravo», cioè sembrava morire volentieri o quantomeno aveva fatto del suo dover-comunque-morire un lavoro full-time che svolgeva con gran sollecitudine fin dal primo mattino. Naturalmente con lui il primario ebbe maggiori chance di venire riconosciuto nella sua monopolistica autorità.
Gunther Anders, Brevi scritti sulla fine dell’uomo
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