Nuovi inserimenti in Biblioteca

Un po’ di nuovi testi disponibili per la consultazione…

  • Maurice Brinton, L’irrazionale in politica, ed. Anarchismo, 1977, pag. 72
  • Ratgeb, Contributi alla lotta rivoluzionaria destinati a essere discussi, corretti e principalmente messi in pratica senza perdere tempo, ed. Anarchismo, 1978, pag. 54
  • I nuovi padroni. Atti del convegno internazionale di studi sui nuovi padroni, ed. Antistato, 1978, pag. 510
  • Armando Borghi, La rivoluzione mancata, ed. Azione Comune, 1964, pag. 182
  • Ettore Zoccoli, L’anarchia. Gli agitatori – Le idee – I fatti, Ed. Fratelli Bocca, 1949, pag. 470
  • Vernon Richards (a cura di), Malatesta. Vita e idee, ed. «Collana Porro», 1968, pag. 362
  • Marco Rossi, Correnti di guerra. Psichiatria militare e faradizzazione durante la Prima guerra mondiale, Autoproduzione del Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, 2018
  • Collettivo Carceri Ticino / Croce Nera Anarchica, Il carcere in Svizzera: il caso Petra Krause, ed. Cooperativa Editoriale Libertaria, 1977, pag. 48
  • Edgar Rodrigues, Lavoratori italiani in Brasile, ed. Galzerano, 1985, pag. 258
  • Emilio Lussu, Teoria dell’insurrezione, ed. Gwynplaine, 2008, pag. 253
  • Augusto Agabiti, Ipazia. La prima martire della libertà di pensiero, ed. Ipazia, 1979, pag. 48
  • Mimmo Franzinelli, Ateismo – Laicismo – Anticlericalismo, ed. La Fiaccola, 1990, pag. 183
  • AA. VV., L’intelligenza. Teorie e modelli, ed. Laterza, 2011, pag. 182
  • AA. VV., Lo spazio della storia, ed. Laterza, 2013, pag. 557
  • Alberto Mario Banti, Le questioni dell’età contemporanea, ed. Laterza, 2011, pag. 360
  • Paolo Cammarosano, Guida allo studio della storia medievale, ed. Laterza, 2014, pag. 188
  • Roberta Maeran, Psicologia e turismo, ed. Laterza, 2013, pag. 201
  • Michele Mancino / Giovanni Romeo, Clero criminale, ed. Laterza, 2013, pag. 237
  • Andrea Miconi, Reti. Origini e struttura della network society, ed. Laterza, 2012, pag. 182
  • Daniel Stern, Storia della rivoluzione del 1848, ed. Laterza, 2012, pag. 803
  • Alberto Voci, Processi psicosociali nei gruppi, ed. Laterza, 2012, pag. 143
  • Loris Zanatta, Storia dell’America Latina contemporanea, ed. Laterza, 2011, pag. 260
  • Federazione Anarchica Italiana, Congressi e convegni 1944-1962, ed. della Libreria della F.A.I., 1963, pag. 242
  • Rosellina Gosi, Il socialismo utopistico. Giovanni Rossi e la colonia anarchica Cecilia, ed. Moizzi, 1977, pag. 179
  • Alcuni nemici delle nocività, Dall’altra parte. Contro il gasdotto Tap e i suoi sostenitori, ed. Ned Ludd, 2014, pag. 52
  • Pëtr Arsinov, La rivoluzione anarchica in Ucraina, ed. Pgreco, 2013, pag. 332
  • Israel Getzler, L’epopea di Kronstadt 1917-1921, ed. Pgreco, 2019, pag. 259
  • La terra trema lo Stato avanza. Il terremoto di Messina del 1908, l’ingegneria sociale dei terremoti passati e futuri, ed. ‘U Piscistoccu, 2011, pag. 47
  • Ugo Fedeli, Errico Malatesta. Bibliografia, ed. RL, s. d., pag. 48
  • Valentino De Luca / Enzo Bianco, Quei morti per “pane e lavoro”. Lecce, 25 settembre 1945, ed. Salentina, 2006, ed. 94
  • Salvatore Coppola, Leghe contadine del basso Salento agli inizi del secolo, ed. Salentodomani, 1977, pag. 246
  • Emanuele Amodio, Oppressione e cultura. Sulla produzione culturale subalterna, ed Sicilia Punto L, 1980, pag. 56
  • Franco Di Gioia, Storie nostre, ed. Underground, 1991, pag. 176
  • Mario Albertini, Proudhon, ed. Vallecchi, 1974, pag. 186
  • Giovanni Stepanow, Storia della Russia dalle origini ai nostri giorni, ed. Vallecchi, 1923, pag. 142
  • Augusto Castrucci, Battaglie e vittorie dei Ferrovieri italiani. Cenni storici dal 1877 al 1944, ed. Zero in condotta, 1988, pag. 111
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Cuori ardenti

Come dice il poeta:

Datemi cuori ardenti,
che mai si perdano nel dubbio,
ma nella vittoria e nella sconfitta
conservino invulnerabile il sorriso.*

Cuori ardenti. A chi interessano più i cuori, ormai? E i poeti? Sì, certo, ha bisogno di un cuore sano e ben allenato l’efficiente pilota di bombardieri che si inerpica lassù nel cielo con il suo carico di morte, ed è evidente che chi si appresta, con il gentile supporto della mitragliatrice, a infilare piccole pallottole di piombo nel petto e nello stomaco altrui, non può essere dotato di uno strumento debole, lì in alto a sinistra, nel suo corpo. Ma ardente? No, amico mio, in tal caso saresti stato scartato alla visita medica come un mezzo cadavere e poi solo per sentito dire avresti conosciuto dall’interno il cratere aperto da una granata, la crudele realtà di bombardieri dentro alle nuvole spumose, o il piccolo – o forse non tanto piccolo – inferno sul ponte di una nave quando l’acciaio di mostri nemici gioca alla falce della morte, sbreccia le silhouette e si avvicina sempre più a tutto ciò che vive a bordo.

E pensi come sarebbe andata, cara signorina Johansson, se lei, sì, proprio lei, avesse avuto un piccolo cuore ardente lì, sotto il fresco rigonfiamento della camicetta. Forse non sarebbe riuscita a starsene seduta com’è adesso, con la fronte graziosamente corrugata, intenta a stenografare così impeccabilmente sul suo block notes a quadretti quanto le dice il Signor Direttore. Forse non sarebbe nemmeno qui, signorina Johansson. Forse le cose sarebbero andate altrimenti. Chissà, chissà. I cuori ardenti sono talmente imprevedibili. Forse è meglio così. Forse è meglio che il suo cuore si sia raffreddato per tempo, signor bombardiere, signor soldato tuttofare, e anche il suo, piccola signorina con la cartella. Del resto ci sono tante altre cose che bruciano, anche se il cuore si è spento.

Eppure, eppure una piccola obiezione tenta con cautela di emergere dall’oscurità compiaciuta, eppure un orologio ticchetta, o forse non è un orologio: un battito deciso e regolare nel silenzio urlante. Zitto, hai sentito? Mitragliatrici? No, qualcosa di più forte del loro rullo crepitante. No, niente di simile. Rombi di cannoni, macchine da scrivere, slogan di altoparlanti, sirene di ambulanza? No. E allora non restano altre possibilità. Ma no, pensaci bene, pensaci: se fosse quello, sì proprio quella bizzarria di cui parlano i poeti e tacciono tutti gli altri. Pensi, signorina Johansson, e tutti quanti voi, se tra il frastuono della guerra e il chiasso delle piazze si levasse un giorno un piccolo suono argentino, flautato, con un messaggio proprio per le vostre orecchie, le vostre piccole orecchie, sì, proprio per voi, voi, te. Già, tutto può succedere, forse una notte la malconcia luna della poesia, fissando con il suo occhio freddo le Fiandre smarrite, illuminerà un fuoco che non scalderà solo dita intorpidite, piedi congelati nei rigidi stivali e corpi intirizziti nelle giubbe militari. No, non un fuoco da campo acceso da partigiani infreddoliti in una delle grandi foreste della guerra, non un falò alimentato da pali spezzati di un recinto o di una staccionata, ma un fuoco di fiamme impetuose e costanti, destinato a durare e capace di ridare il calore della vita ai corpi congelati come ai cuori freddi. Forse un giorno il primo cuore si accenderà, anzi, forse si è già acceso, forse i cuori ardono già nel gelo dei fronti, nella corazza di un sottomarino o dietro il filo spinato di un campo di prigionia, sotto una solitaria luna fiamminga. Già, chissà. Forse un giorno il poeta li avrà i suoi cuori ardenti. Forse li avrà il mondo. Sì, il mondo avrà bisogno di cuori ardenti come di stelle luminose e di giovani corpi vigorosi e intatti, quando il tempo della guerra sarà finito e verrà la pace. Giovani cuori, giovani menti, giovani corpi renderanno di nuovo giovane il mondo.

«I teologi parlano e cercano di farsi capire nel frastuono del fuoco di sbarramento, tra i cingoli della guerra che avanzano inesorabili. E noi, i giovani, ascoltiamo, e cerchiamo di salvaguardare quei valori che consideravamo i più alti, li difendiamo con le nostre parole, ci mettono in mano armi perché possiamo batterci per essi. E ci ritroviamo con il nostro amore per il prossimo e per tutto ciò che è vivo, il cielo è azzurro e alto, la rugiada brilla sull’erba dei prati. Ma la nostra vista è annebbiata dal bordo di un elmetto, grigio come una tempesta d’autunno, non vediamo i fiori dei prati né gli uccelli, perché cerchiamo di individuare il nostro prossimo attraverso un mirino, per poter aprire un foro in quella meraviglia che è un petto vivo, un cuore pulsante». Questo scriveva tempo fa un ragazzo, un amico, su una rivista giovanile. Era un liceale svedese cui erano stati risparmiati, se non l’elmetto d’acciaio, almeno gli esercizi con la baionetta e le raffiche di spari contro bersagli umani vivi.

Molte altre cose ci sono state risparmiate. A noi non è capitato che di colpo sulle scale risuonassero passi di stivali, e pugni di ferro bussassero con violenza alla nostra porta e soldati stranieri dalla voce dura ci tirassero giù dal letto per trascinarci alle camionette in attesa. E non ci è capitato che mani brutali ci spingessero in celle anguste dalle porte pesanti e i muri spessi, né ci obbligassero a passare nelle camere di tortura, abbiamo ancora tutte le nostre unghie e nessun segno di frustate ci lacera la schiena. E non uno di noi, neppure uno, è stato portato via nell’ora nebbiosa dell’alba, messo di fronte al plotone d’esecuzione e riempito di piombo. No, noi siamo fortunati, o per lo meno ci è andata bene, forse troppo bene. Forse non siamo neppure in grado di apprezzare il nostro destino tranquillo. Forse abbiamo addirittura appreso con una certa freddezza i resoconti delle sofferenze altrui, abbiamo scorso con sguardo indifferente le notizie e pensato: Sì, certo, è orribile, ma non mi riguarda, non è a me che tocca.

No, non è a te che tocca, e tuttavia tocca anche a te. Sei tu a essere stato inseguito per le vie di Oslo da poliziotti armati, è alla tua vita che mirano ed è la tua casa che sorvegliano. Tu e la tua esistenza perché… Perché? Be’, perché hai un cuore, certo che ce l’hai. E perché sei giovane, certo che lo sei. E perché presto tornerà la luce, sicuro che tornerà. Ecco, per tutte queste ragioni, il cuore, la giovinezza e la luce, viviamo nella nostra sicurezza la vita dei perseguitati e aspettiamo con tutto l’ardore della nostra anima il giorno in cui i cuori si infiammeranno, in cui saranno gli stessi cuori ad ardere al di là di tutte le frontiere. Quel giorno il poeta li avrà i suoi cuori ardenti, su cui il dubbio non avrà alcun potere, e che affronteranno la sconfitta con lo stesso invulnerabile sorriso della vittoria finale. Quel giorno verrà, verrà presto. Lo sappiamo. Lo sentiamo nei nostri cuori. I nostri cuori ardenti.

Stig Dagerman, Storm, dicembre 1943

* Rudolf Nilsen (1901-1929), Revolusjonens røst (La voce della rivoluzione)

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Occorreva il disordine

Riscoprire oggi, nella Rivoluzione francese, un filone di pensiero anarchico, insieme alle riflessioni fatte a suo tempo da Kropotkin, chiarificatrici sull’argomento, significa legare il processo di sviluppo dell’anarchismo a un processo ben più ampio: quello della lotta dell’uomo contro il potere, una lotta che scorre attraverso tutta la storia e che la contrassegna dalla parte dei vinti. Fermarsi su questi problemi significa, in sostanza, chiedersi: che fare, oggi, di fronte alle responsabilità che ci attendono?   Dall’introduzione di Alfredo M. Bonanno

Occorreva il disordine, perché un’opera vitale uscisse dai decreti dell’Assemblea. Occorreva che in ogni piccola località ci fossero degli uomini d’azione, dei patrioti aventi l’odio dell’antico regime, pronti a impadronirsi della municipalità; capaci di fare una rivoluzione in ogni casolare per capovolgere l’ordine della vita, ignorando tutte le autorità; occorreva, perché si potesse compiere la rivoluzione politica, che la rivoluzione stessa diventasse sociale.

Occorreva che il contadino si fosse impadronito della terra e l’avesse solcata coll’aratro senza aspettare l’ordine dell’autorità, che certamente non sarebbe mai venuto. Occorreva insomma che una vita nuova cominciasse nel casolare. Ma questo non poteva accadere senza disordine, senza molto disordine sociale.

E i legislatori vollero per l’appunto impedire questo disordine!…

[…]

I borghesi comprendevano inoltre che i beni dei signori stavano per passare nelle loro mani; ed essi volevano conservare intatti questi beni, con tutti i redditi addizionali annessi alle antiche servitù, convertite in pagamenti in denaro. Più tardi si sarebbe esaminato, se non fosse più vantaggioso abolire i residui di queste servitù, e allora lo si farebbe legalmente, con «metodo», con «ordine». Poiché, se si tollerava il disordine, chi sa dove si sarebbe fermato il popolo? Non si parlava già di «eguaglianza», di «pareggiamento delle fortune», di «poderi non più vasti di centoventi jugeri»?

Pëtr Kropotkin, La Grande Rivoluzione 1789-1793, ed. Anarchismo, 1987, pag. 400, € 8

Disponibile in Biblioteca per l’acquisto e la consultazione

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Lettera al Senatore Hawley

Caro Signore,*

leggo sul giornale di questa mattina che avreste affermato che sareste disposto ad offrire mille dollari «per sparare un colpo a un anarchico». Desidero verificare la sincerità di questo vostro proposito, oppure farvi ritirare quest’affermazione che è indegna non soltanto di un senatore, ma di un essere umano.

Sono anarchica e lo sono da quattordici anni ed è cosa di pubblico dominio dal momento che ho tenuto conferenze e scritto molto sull’argomento. Sono convinta che il mondo sarebbe un posto assai migliore se non ci fossero né re, né imperatori, né presidenti, né prìncipi, né giudici, né senatori, né deputati, né governatori, né sindaci, né poliziotti. Penso che sarebbe un gran vantaggio per l’intera società se invece di fare leggi voi faceste cappelli, cappotti o magari scarpe, o una qualsiasi cosa che possa essere di una qualche utilità alle persone. Sogno un’organizzazione sociale in cui nessun uomo possa governare sugli altri e ogni uomo si governi da sé. Vi consiglio di consultare l’allegato che vi mando, che bene espone il pensiero e i principi degli anarchici di Filadelfia.

Tuttavia se davvero desideraste sparare a un anarchico, non vi costerà certo mille dollari. Vi sarà sufficiente pagare i costi del viaggio per raggiungermi (il mio indirizzo è indicato qui sotto) e mi potrà sparare senza dover sborsare nulla. Non vi opporrò alcuna resistenza. Resterò in piedi davanti a voi alla distanza che più preferite e potrete spararmi alla presenza di testimoni, se così desiderate.

Il vostro proverbiale fiuto americano non vi suggerisce che si tratta di un vero e proprio affare?

Ma se tuttavia il pagamento dei mille dollari è una condizione non negoziabile, allora dopo avervi consentito di sparare, vorrei devolvere i soldi per la propaganda di idee che divulghi l’avvento di una società libera in cui non ci saranno né assassini, né presidenti, né mendicanti, né senatori.

Voltairine de Cleyre,

807 Fairmount Ave., Filadelfia

21 marzo 1902

A Letter to Senator Hawley. Apparso su Free Society, 13 aprile 1902

Consultabili in Biblioteca: 

Voltairine de Cleyre, Un’anarchica americana, Ed. Eleuthera, 2017;

Voltairine de Cleyre, Una poetessa ribelle, Stampa Alternativa, 2018

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Drizziamo le antenne

Un appello contro 5G, digitalizzazione e medicalizzazione delle nostre vite, a cura del gruppo effimero CODA NERA – COntro Digitalizzazione e Automazione Non E’ Ragionevole Attendere

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Disponibile presso la Biblioteca

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Operazione Ogro

Julen Agirre (Eva Forest)
Operazione Ogro. Come e perché abbiamo ucciso Carrero Blanco

Ed. Anarchismo, 2009, pagine 192, euro 4,00

Carrero Blanco aveva un sogno: volare.
Un giorno l’ETA rese il suo sogno una grande realtà.
Soak

Il 20 dicembre 1973 l’ammiraglio spagnolo Luis Carrero Blanco, numero due del regime falangista, è fatto saltare in aria dall’ETA. Il testo – pubblicato dalla rivista “Anarchismo” nel 1975 – cerca di riproporre l’azione nella sua essenzialità organizzativa e con la massima obiettività possibile. Trattandosi di un argomento che ha affascinato molti compagni, e che ha visto l’attività mistificatrice di cineasti e mestieranti vari, non ci è sembrato inutile rimettere a posto le cose. Eva Forest firmò il libro pubblicato nel 1974 da Ruedo Iberico con uno pseudonimo (Julen Agirre) perché usciva da tre anni di prigionia nelle galere franchiste e non poteva in quel momento correre altri rischi. Speriamo che questi fatti si possano finalmente leggere con una certa distanza critica e che non si cada nell’equivoco di fruirne come di un qualsiasi racconto poliziesco.

Disponibile in Biblioteca

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Protocolli

Che le persone non siano solo numeri da diffondere dovrebbe essere un fatto da tenere bene in mente, tanto più negli ultimi tempi dove vi è un’enorme sovrabbondanza di cifre. Parcellizzata e settorializzata, la vita diventa sempre più un frammento che impedisce di guardare alle cose in maniera più ampia. Questo è il frutto di una vita burocratizzata, trattata in ogni aspetto della quotidianità con la lente di un codice. Basterebbe dare uno sguardo alle regole assurde che costantemente vengono imposte, anche in tempi di pandemia o emergenzialità, conseguenza di una visione asettica. O alle disposizioni che provengono dai vari specialisti, totalmente contraddittorie, perché legate a singoli aspetti che non tengono mai in considerazione tutti gli altri. Così che, nello stupore o nella rabbia di fronte ad alcune norme, viene da pensare che un minimo di cultura generale sarebbe sufficiente ad evitare amenità grossolane (ad esempio l’uso di una mascherina mentre si fa attività fisica).

Ma in fondo e d’altra parte, la questione centrale è quella dell’ordine che si vuole riportare alle cose. Da un lato un ordine economico, in cui continuino a sopravvivere privilegi, proprietà, ricchezze riservate a pochi, dall’altro un ordine sociale che possa garantire tutto questo, con una gestione centralizzata, controllando o reprimendo a seconda delle necessità.

In virtù di quest’ordine le strutture di trasformazione del mondo vengono preparate costantemente e servono a garantire lo scheletro della casa in costruzione.

Se ora si applica il coprifuoco, togliendo la possibilità di circolare dopo una certa ora, e si chiudono piazze e strade che divengono inaccessibili, ufficialmente per evitare assembramenti, da qualche anno i vari decreti sicurezza adottano la stessa ratio, limitando le libertà di alcune categorie di persone per la tutela di un modello di città sempre più escludente. Se il confinamento diviene generalizzato, la diffusione della paura fa introiettare l’autoreclusione e il rispetto delle regole senza grande dispiegamento di forza. Infine, un linguaggio da guerra civile caratterizza il modo in cui viene affrontato il rischio sanitario, facendo dimenticare altri linguaggi e metodi quali la cura e l’attenzione. Non è delegando, che sapremo affrontare meglio le questioni riguardanti la salute, la sopravvivenza, il tempo e gli spazi dell’esistenza.

La non sottomissione quindi è l’antica ricetta che può essere usata per non ridurre la complessità della vita a un protocollo.

Nessun luogo, dicembre 2020

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L’Utopia Nazionale

Il principale strumento dello Stato Nazionale è Megalopoli, la sua città più grande, il posto in cui l’idolo dell’Utopia Nazionale venne da principio creato e da cui viene continuamente la volontà di mantenerlo.

Allo scopo di cogliere la caratteristica essenziale di Megalopoli dobbiamo distogliere lo sguardo dalla realtà della terra, dal suo manto di vegetazione e dalle nuvole che la ricoprono, ed immaginare che cosa potrebbe diventare il paesaggio in cui viviamo se potesse essere interamente fabbricato con la carta; infatti lo scopo ultimo di Megalopoli è di ridurre il complesso della vita umana ad una serie di relazioni che hanno come unico tramite la carta.

Un giovane cittadino di Megalopoli passa i primi anni della sua vita per acquisire gli strumenti con cui si può usare la carta. Gli strumenti si chiamano, saper scrivere, saper leggere e sapere fare il conto ed un tempo essi costituivano i principali elementi dell’educazione di ogni abitante di Megalopoli. Vi era comunque un certo grado di insoddisfazione, sulla carta, per la limitatezza di questo curriculum, e così in un’epoca abbastanza lontana nella storia di Megalopoli vi si aggiunsero varie altre materie come la letteratura, la scienza, la ginnastica e l’addestramento ai lavori manuali, però sempre sulla carta. È infatti possibile per uno studente di Megalopoli conoscere la composizione molecolare del gesso senza averne mai visto un pezzo in natura, o maneggiare un pezzo di legno in laboratorio senza aver mai passeggiato attraverso un bosco di abeti, e addentrarsi attraverso i capolavori della letteratura poetica senza aver mai sperimentato una sola emozione che potesse prepararlo ad apprezzare qualche cosa di diverso dagli influenti giornali di Megalopoli, ma fintanto che le sue ore di presenza possono essere registrate sulla carta, e fintanto che egli può fornire un soddisfacente riassunto dei suoi studi su un foglio d’esame, la sua preparazione alla vita è praticamente completa; così egli viene diplomato con un pezzo di carta che certifica la sua istruzione e introdotto alle industrie di Coketown o nei brulicanti uffici della stessa Megalopoli.

La fine di questo periodo di tutela cartacea non è che il preludio al suo proseguimento in un’altra forma, poiché le religiose attenzioni di cui si circonda la carta costituiscono l’attività vitale di Megalopoli. Il giornale, il libro mastro e lo schedario sono i mezzi attraverso i quali lo studente entra in contatto con la vita, mentre i rotocalchi e le riviste illustrate sono i mezzi attraverso i quali sfugge da essa. Attraverso quel particolare tipo di carta trasparente che è la celluloide è divenuto possibile fare a meno di vedere sulla scena attori in carne ed ossa; perciò il dramma umano, come viene chiamato dagli storici di Megalopoli, può svolgersi a distanza senza che nessuno vi prenda parte. Invece di viaggiare l’abitante di Megalopoli può vedere il mondo muoversi sulla carta verso di lui; invece di avventurarsi sulle strade del mondo può vedere l’avventura venirgli incontro sulla carta; invece di trovarsi un compagno, può esaurire sulla carta tutta la propria felicità. In realtà egli acquista una tale abitudine a sperimentare tutte le proprie emozioni sulla carta che si accontenta di ammirare un vaso di fiori su uno schermo cinematografico; mentre la sua ignoranza della natura è così grande che un attore di avanspettacolo, quando cerca di divertirlo imitando il richiamo degli uccelli e degli altri animali, trova preferibile servirsi di riprese filmate di un gallo, di un cane, di un gatto perché la sua mimica abbia una apparenza di realtà per delle menti che sono incapaci di immagini personali.

La nozione di azione diretta, di rapporto diretto e di associazione diretta è estranea a Megalopoli. Se l’intera comunità o un qualche gruppo all’interno di essa deve intraprendere una azione, è necessario passare attraverso il Parlamento megalopolitano al fine di deciderla sulla carta dopo che innumerevoli persone, che non hanno nessun vero interesse nella faccenda, hanno fissato il loro punto di vista a proposito della questione sulla carta. Se qualche rapporto deve essere istituito, deve essere svolto quasi completamente sulla carta; e se quel mezzo non è direttamente disponibile vengono usati strumenti sussidiari come il telefono. La principale forma di associazione a Megalopoli è il partito politico ed è attraverso il partito politico che i suoi abitanti esprimono le loro opinioni, sempre sulla carta, per esempio sulla necessità di modificare la costituzione scritta o di promuovere il benessere di questa comunità cartacea; questo benché il cittadino si renda conto che le promesse fatte dai partiti politici vengano scritte su quella che i megalopolitani nei loro momenti di maggior cinismo chiamano «carta non commerciabile» e che probabilmente non entreranno mai in circolazione.

Attraverso il commercio dei molteplici beni di Coketown e attraverso il controllo su un certo tipo di carta conosciuto come ipoteche o assicurazioni, Megalopoli si assicura una fornitura di cibi genuini e di prodotti tipici della campagna. Attraverso una incessante produzione di libri, di riviste, di giornali e di ogni genere di prodotti tipografici, Megalopoli fa in modo che l’idolo dell’Utopia Nazionale si mantenga vivo nelle menti dei sottomessi abitanti della campagna. Infine, con gli artifici «dell’educazione nazionale» e «dell’informazione nazionale» tutti gli abitanti dell’Utopia Nazionale vengono persuasi che la vita felice è quella che essi vivono, sulla carta, nella capitale; e una vita in qualche modo simile a quella si può realizzare mangiando il cibo, vestendo gli abiti, sostenendo le opinioni e procacciandosi i beni che vengono posti in vendita da Megalopoli. Così il principale obiettivo di ciascuna città dell’Utopia Nazionale è di assomigliare a Megalopoli; il suo vanto è di essere un’altra Megalopoli. Quando gli abitanti di Megalopoli sognano un mondo migliore, sognano solo la teorica perfezione di quella Utopia Nazionale a cui Edward Bellamy mirava in Looking Backward.

Lavorando parallelamente al «Processo Meccanico» di Coketown, Megalopoli propone uno standard di vita che può essere rappresentato, sulla carta, in termini commerciali anche se non offre nessuna tangibile soddisfazione in materia di beni, di servizi e di raggiungimenti. Il principale vanto di questo standard è la sua uniformità; ciò significa la possibilità di applicarlo indiscriminatamente a ciascun membro della comunità senza riguardi per la sua storia, le sue reali condizioni, i suoi bisogni e i suoi meriti. In conseguenza, Megalopoli crea prodotti che riguardano tutti attrezzature sanitarie e idrauliche, i quali anche se in realtà non aumentano la gioia di vivere rendono comunque meno spaventosa la «routine» della vita megalopolitana.

Il risultato finale di questi standard e di questa uniformità è che quello che originalmente era una convenzione diventa col tempo un fatto. Anche se gli abitanti della Utopia Nazionale potevano originariamente essere stati diversi come gli alberi di una foresta, essi tendono a diventare, sotto l’influenza dell’educazione e della propaganda, simili fra loro come i pali del telegrafo lungo una strada. Non è poco per il credito di Megalopoli il fatto che l’Utopia Nazionale si sia pragmatisticamente auto-giustificata. Essa ha creato quel tipo di predisposizione mentale nei riguardi della carta, che è necessaria per una facile fusione di Coketown e della Country House. Cos’è Megalopoli infatti se non un cartaceo purgatorio che è il tramite attraverso il quale i figli perduti di Coketown, l’inferno dei produttori, possono alla fine raggiungere la beatitudine della Country House, il paradiso dei consumatori?

Lewis Mumford, Storia dell’utopia, [1922]

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Il gioco dell’Otto

Ostinati come tutti i giocatori accaniti, ed ottusamente ottimisti perché la prossima volta potrebbe essere quella  buona. Certo, finora le cose sono andate male, ma proprio per questo la percentuale – secondo il calcolo delle probabilità – è maggiore.

Non c’è nulla da fare, i giocatori dell’otto sono fatti così: nonostante gli anni sprecati a sperare nella cinquina vincente che non è mai arrivata, continuano a giocare. E non si tratta di tentare la fortuna scegliendo i numeri sbagliati, no: è proprio il gioco in sé ad essere perdente. È stato ideato apposta dallo Stato, il quale ne trae introiti notevolissimi, e il Banco vince sempre. Non è mica un caso se da una estrazione settimanale si è passati a tre. Per dare più opportunità ai giocatori o prenderli in giro tre volte e guadagnare il triplo?

Ricorda un po’ la Giurisprudenza italiana, dove se va male un ricorso al Prefetto puoi sempre appellarti al Tar e, infine, al Consiglio di Stato: ne ricavi la percezione di poter essere tutelato, ma in realtà è lo Stato che ti prende tre volte per il culo…

Eppure, per tornare al gioco dell’otto, è lo stesso Stato a premurarsi di avvisarti, te lo dice esplicitamente che quel gioco può causare dipendenza patologica, tanto lo sa che quell’avvertimento sarà inutile, perché il giocatore dell’otto patologico lo è già, lo è diventato molto tempo prima, quando ha introiettato il concetto che, per tentare di cambiare le sorti della sua esistenza, il gioco dell’otto che gli offriva lo Stato era l’unica possibilità. E quando pensa di aver intravisto un’altra possibilità, non si rende conto che si sofferma a guardare sempre tra quelle offerte allo stesso tavolo e dal medesimo croupier. Quindi, si tratta al massimo di passare dal gioco dell’otto al gratta & vinci ma, ancora una volta, il Banco vince sempre.

Eh – dirà qualcuno – ma allora cosa bisogna fare?

Semplice. Smettere di giocare. Sfasciare l’urna in cui si mischiano i numeri dell’otto, bruciare tutti i gratta & vinci, prendere a martellate le slot machine… Chissà , il giocatore dell’otto, quante delusioni eviterebbe e quante false aspettative, in cui per primo non crede, si risparmierebbe. E chissà quale gioia potrebbe ricavare una volta scoperto che non ha bisogno di nessun gioco predeterminato, ma potrebbe inventarne uno completamente nuovo.

Alcuni nemici della ludopatia

(dicembre 2018, per la giornata “Io l’otto, contro Tap e le grandi opere inutili”)

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Per il mio bene

Potrà mai esserci qualcuno più adatto di me medesimo a decidere del mio benessere personale? Secondo lo stato, i suoi manutengoli, gli esperti di ogni alloro, i religiosi e la massa sempre più acritica, si. Data tale premessa, sostenuta dalla quasi totalità dei contemporanei, la vita di ognuno diviene sempre più etero-diretta e sempre più simile a quella degli altri. Anzi, se si aggiunge la mondializzazione della religione Scienza, la iper-invasività della tecnologia ed il sospetto di una pandemia, si può parlare di sopravvivenza standardizzata. Ne consegue che, seppur con minime, a volte ridicole differenze geografiche, dobbiamo tutti seguire i regolamenti e le restrizioni dei deputati a decidere sul nostro bene e se questi dovessero diventare gravosi, tanto meglio, si potrà fare della retorica sull’eroismo collettivo per compattare sempre più la popolazione sotto l’enorme cappello del pensiero unico.

Così per il mio bene devo uscire solo quando anche tutti gli altri escono e rinchiudermi in casa quando per strada non c’è nessuno.

Per il mio bene non posso passare delle serate di svago, ma devo lavorare in fabbriche, supermercati, mezzi pubblici, etc…

Per il mio bene i negozi chiudono prima restringendo il tempo disponibile per gli acquisti e affollandoli.

Per il mio bene ci sono soldati armati di fucili d’assalto in tante piazze, probabilmente per polverizzare infidi virus.

Per il mio bene devo fare file all’esterno di vari uffici pubblici alle intemperie e accalcandomi per non perdere il posto in coda.

Per il mio bene devo prender un caffè al bar, allontanandomi il prima possibile e gustandolo per strada insieme al retrogusto che il bicchiere di plastica regala alla mia salute.

Per il mio bene mi richiamano al lavoro anche se sono un medico in pensione mentre sconsigliano agli over 65 anni di uscire di casa.

Per il mio bene se perdo la mascherina per strada mi viene comminata una sanzione di 400€.

Per il mio bene viaggio in uno scuolabus con i finestrini costantemente aperti per tutto l’inverno.

Per il mio bene le fabbriche di morte (armi, inquinanti, mortali per gli operai) restano aperte.

Per il mio bene gli ospedali rimasti dopo i tanti tagli e privatizzazioni, non curano più altre malattie che non sia la famigerata pandemia.

Per il mio bene i tabacchi e gli alcolici, monopoli di stato, anche se mortali, restano in vendita.

Per il mio bene le scuole rimaste in piedi vengono chiuse (non certo per il concreto rischio di crolli) togliendomi l’unica occasione che ho di socializzare coi miei coetanei, visto che di sport neanche a parlarne e dalla strada ci avete tolti ormai tanti anni fa.

Per il mio bene devo tenere mio figlio davanti ad uno schermo per almeno quattro ore al giorno quando avevo lottato tanto con lui per cercare di tenercelo lontano.

Per il mio bene guardie carcerarie entrano ed escono quotidianamente dai vari luoghi di detenzione, mentre chi è rinchiuso non può avere colloqui o contatti.

Per il mio bene devo comprare uno smartphone e scaricare applicazioni che mi controllano costantemente e mi rendono un prodotto per aziende.

Questo “mio bene” è così ben tutelato da tanti altri esempi, ma si dimostra ancor più con l’innegabile aumento di suicidi, violenze domestiche e consumo di psicofarmaci durante i periodi di reclusione, confinamento, lock-down o dir si voglia, cioè quando è più attiva l’attenzione di chi vuole il mio bene.

Responsabilità collettiva è il richiamo dei capi dello Stato, del governo e della Chiesa. Certo, nel mondo alla rovescia si può dire questo ed essere presi sul serio. Se non si tratta di una subdola trovata per spingere tutti a diventare sbirri del proprio vicino, prima ancora che di se stessi, allora quelle due parole non possono realmente stare insieme: responsabilità collettiva significa merito collettivo o colpa collettiva, ma se il merito o la colpa sono di tutti allora non lo sono di nessuno. Possono essere tutti eroi o tutti vigliacchi? La popolazione civile di Londra durante la seconda guerra mondiale è stata definita eroica nella resistenza ai bombardamenti tedeschi, ma avevano una qualche scelta per cui hanno preso la decisione eroica?Quanto c’è di responsabilità nel seguire pedissequamente i dettami di chi è gerarchicamente superiore? Quanto c’è di eroico nel vivere in una campana di vetro? Si può definire vita quella passata in un enorme laboratorio come una cavia?

Se si è arrivati al punto di avere così tanta paura di morire da rinunciare a vivere, allora, visto che la morte è faccenda che attiene a tutti coloro che nascono, è meglio evitare di nascere per non ritrovarsi nella società della morte, perché fintanto che il mio bene verrà deciso da qualcuno differente da me l’equazione permane:

“altri” x “il mio bene” = 0

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