Dall’editoriale:
Quando un dibattito anarchico su un tema di tale importanza come la guerra, non è più fondato su idee e prospettive, ma si articola su divisioni categoriche (il posto geografico in cui ci si trova), è sinonimo di un approccio che reputa il dibattito anarchico come terreno di conquista e di riconoscenza, non come uno scambio e un conflitto di idee. La nostra preoccupazione è quella di mantenere la responsabilità del pensiero critico all’interno del dibattito rivoluzionario anti-autoritario. Approcciare una discussione invocando identità e categorie, e non intento e contenuto, finisce per eliminare le fondamenta del pensiero critico. Dal punto di vista anarchico il pensiero critico non è un esercizio intellettuale, ma il modo in cui ci si interroga su questo mondo, si scava nell’unicità del proprio pensiero per poterlo condividere e confrontare con gli altri, trovare dei complici, organizzarsi e passare all’azione. È grazie alla volontà autentica e attiva di assumersi le proprie idee che si arriva a farle vivere.
Ma forse questi vicoli ciechi sono solo il sintomo e la scorciatoia nell’essersi scordati una questione molto più essenziale. Cosa può aver spinto dei compagni anarchici ad unirsi all’esercito e cercare di spacciare questa scelta come agire anarchico degno di solidarietà e complicità? E a che punto siamo arrivati quando una tale scelta viene appoggiata in vari contesti? Anche se nel passato abbiamo visto che la scelta individuale di alcuni anarchici di arruolarsi sia stata esercitata (ma non esaltata), soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale, troviamo che nel contesto odierno sia piuttosto frutto di un immaginario desertificato su come mettere in atto e rivendicare pratiche di autonomia di lotta e auto-organizzazione anarchica.
Questa critica è dovuta anche al vuoto, di cui in tanti siamo responsabili, che da un decennio a questa parte ha lasciato un divario incolmato tra la proposta di organizzazione in piccoli gruppi di affini che agiscono indipendentemente, e l’inseguire più o meno acritico delle piazze e dei movimenti contestatari, esaltando un’indignazione riformista e una rabbia confusa, vuoto in cui è stato spesso abbandonato uno spazio essenziale dell’agire anarchico: ovvero uno spazio accessibile a tutti, ma intransigente sui principi anti-autoritari, di auto-organizzazione, per la pratica concreta di orizzontalità, mutuo appoggio, coordinamento e lotta contro qualsiasi nemico abbiamo davanti.
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