Chiacchiere e distintivo

Il sistema democratico è il migliore in cui si possa desiderare vivere: tutte le libertà sono in esso garantite. Mettiamo ad esempio la libertà di stampa e quella di espressione; in democrazia è possibile dire e stampare tutto, a patto che sia quello che il sistema democratico permette di dire e stampare.

Uno dei massimi garanti di queste libertà si può rintracciare nella Pubblica Ministera Manuela Comodi, della procura di Perugia, la quale in una brillantissima operazione di polizia ha sguinzagliato i suoi cani da guardia – i carabinieri del ROS – a perquisire le case di numerosi anarchici in Italia, alla ricerca, nientemeno, di pubblicistica anarchica! E, pensate un po’, è anche riuscita a scovarla… A dire il vero non è stato neanche tanto difficoltoso: era un po’ come cercare testi di filosofia in casa di un filosofo o pennelli nel garage di un imbianchino…

In realtà questo fine segugio del democratico Stato, non cercava pubblicistica anarchica in generale, ma un giornale in particolare, Vetriolo, in cui, tra le altre cose, si parla della necessità e giustezza, per gli anarchici, di attaccare il Dominio, e di conseguenza uomini e cose che ne sono la diretta emanazione. È un discorso che in realtà molti anarchici portano avanti, nella loro pubblicistica e nella loro vita, da circa un secolo e mezzo. Come meravigliarsi del resto? Cos’altro si può pensare di fare per mettere fine allo sfruttamento che, da secoli, i padroni, gli Stati, gli economisti e compagnia brutta, attuano nei confronti degli esclusi da qualunque tipo di vita dignitosa? Cos’altro si può pensare di fare per mettere fine alle guerre, allo sfruttamento del pianeta, alla sofferenza umana ed animale; per fermare progetti di morte come il nucleare, la trasformazione dell’essere umano in macchina, ed innumerevoli altre questioni di cui sono responsabili lo Stato, l’Economia, l’industria, la tecnologia, se non attaccarne le cose e gli uomini direttamente responsabili? È un discorso innanzitutto etico, che ci sentiamo assolutamente di condividere.

E non solo noi. È un discorso semplice, che nel profondo dei loro cuori molte persone condividono; quando sul lavoro o nelle loro chiacchiere da bar affermano che certa gente, quella responsabile delle loro pessime condizioni di vita e del loro sfruttamento bisognerebbe ammazzarla tutta, o che il Parlamento bisognerebbe farlo saltare per aria quando sono tutti dentro perché è solo un covo di parassiti con stipendi da nababbo mentre fuori molti muoiono di fame. Certo, spesso sono solo discorsi da bar dettati da uno sfogo, dalla rabbia di una vita misera, mentre gli anarchici talvolta alzano veramente il braccio contro coloro o ciò che identificano come nemico.

Eppure, seguendo la logica contorta di questa Pubblica Ministera, magari un giorno si apriranno le indagini anche contro coloro che fanno questa chiacchiere da bar, e siamo sicuri che, durante le perquisizioni, nelle loro case verranno trovate – a prova del loro piano criminale – centinaia di tazzine da caffè…

Ci sarebbe solo da ridere se un compagno già in carcere non avesse ricevuto un altro mandato d’arresto, e non fossero stati disposti un altro arresto domiciliare e quattro obblighi di dimora. A loro va la nostra solidarietà, senza nessun vittimismo e convinti che bisogna continuare a dire e fare quanto da sempre affermiamo.

La libertà che sogniamo è là in fondo.

Addio Lugano bella.

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In occasione de “La gira zapatista”

                                                         «Fino ad oggi il principio rivoluzionario ha lottato contro                                                                 questo o quell’ordine stabilito, cioè è stato riformista»                                                                                                                   Max Stirner

 Nulla di critico, da un punto di vista sovversivo, è stato finora pubblicato in Italia sul “Chiapas insorto” e sull’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Eppure anche qui da noi non sono mancati libri, conferenze, video, magliette, adesivi, cortei, comitati, iniziative di sostegno, insomma le mille espressioni di quella che è stata definita “l’internazionale della speranza”. Non pochi anarchici hanno dato il loro contributo. Di critiche, nemmeno l’ombra. Perché?

I testi sull’argomento, soprattutto quelli che si limitano a raccogliere i comunicati e i documenti dell’Ezln, forniscono in se stessi sufficiente materiale di riflessione (ad esempio: l’organizzazione dei territori controllati dagli “zapatisti”, la creazione di un “governo provvisorio rivoluzionario”, l’imposizione di “tasse rivoluzionarie”, di “leggi rivoluzionarie” e finanche di “prigioni rivoluzionarie”). Perché parlare dell’esercito zapatista come di un’organizzazione che ha superato il marxismo-leninismo, di un esperimento a carattere libertario, eccetera?

Il motivo è che, come è noto, si vede soltanto quello che si vuole vedere. Detto altrimenti, l’ideologia zapatista non è che il segno di una diffusa miseria. Al tutto, ovviamente, ha contribuito anche lo spettacolo, l’immagine del passamontagna, il mistero delle foreste, il fascino dell’esotismo; e poi Marcos, con i suoi testi poetici («gay a San Francisco, anarchico in Spagna…», «un paese dove il diritto di ballare sarà riconosciuto dalla Costituzione…») e la sua abilità a giocare col concetto di potere; ma hanno contribuito, soprattutto, il vuoto di prospettive, l’immondo fronte unico di una sinistra che difende il diritto al lavoro e le garanzie democratiche contro un “neoliberalismo” che tutti – dagli stalinisti agli anarchici – pretendono combattere, l’assenza di ogni discorso rivoluzionario che, oltre il nulla delle celebrazioni storiche, sappia porre radicalmente le uniche questioni radicali: la distruzione dello Stato, la distruzione dell’economia e l’autogestione generalizzata.

La miseria delle idee e dei desideri rende ciechi due volte: primo, perché inganna sulla natura reale dei contenuti e delle forme organizzative che gli sfruttati si danno negli scontri sociali presenti nel mondo (in questo caso, i metodi dell’Ezln e la pretesa “autonomia indigena”); secondo, perché porta ad affrontare il problema di quei contenuti e di quelle forme al di fuori dell’unico ambito concreto in cui può essere affrontato – quello della rottura insurrezionale. D’altronde, per quale motivo individui che qui da noi considerano velleitario e avventato ogni tentativo di rivolta, ogni discorso che fastidiosamente ricorda che lo Stato, da solo, non crolla, che contro il suo servizio d’ordine politico, sindacale e poliziesco qualcosa – prima che in meravigliose assemblee si decida tutti assieme, liberi e felici, il futuro del mondo – bisognerà pur fare; per quale motivo siffatti individui si entusiasmano per la guerriglia quando avviene in un’esotica lontananza? Che ci sia qualcosa che unisce le immagini del passamontagna “zapatista” e la vita quotidiana di tanti che lavorano, consumano, votano e pagano le tasse, qualcosa che assomiglia alla passività, una passività che potrebbero difendere anche con le armi?

[…]

«La società che stiamo costruendo rifiuta gli strumenti e le armi tradizionali degli Stati neoliberali, cioè l’esercito, le frontiere, le ideologie nazionaliste» ha dichiarato un membro dell’Ezln. Non male per un’organizzazione che si chiama Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Non da meno, il subcomandante Marcos, nel suo saluto finale [all’incontro intercontinentale del 1996], dopo aver detto poeticamente che «il cerchio si stringe attorno ai ribelli, che però hanno dietro di sé, sempre, l’umanità intera», afferma politicamente: «Noi zapatisti abbiamo proposto di lottare per un governo migliore, qui, in Messico». Come si vede, discorso zapatista è a tre livelli: il “governo rivoluzionario” per i leninisti; la difesa della democrazia contro il “neo-liberalismo” per i militanti dei partiti di sinistra; la poesia contro il “potere”, il mito dell’assemblea sovrana per i libertari. Ma il riformismo rimane tale anche quando impugna le armi, quando parla male dei potenti, quando rivendica, assieme al lavoro, alla giustizia e a una nuova Costituzione, il diritto di danzare.

Che uno slogan come «contro il neoliberalismo e per l’umanità» sia buono per tutti i gusti è piuttosto evidente; […] tuttavia, è utile criticare i contenuti reali dello zapatismo. Questo non certo per togliere ogni significato alle rivolte in Messico e altrove (rivolte che non vanno confuse con la loro rappresentazione spettacolare e il loro consumo mercantile), bensì, al contrario, per comprenderle meglio e dare loro, così, le ragioni della propria globalità; per rendersi conto che lo spazio di una teoria e di una pratica sovversive è colonizzato dallo spettacolo della rivoluzione, e dai movimenti che ne rappresentano soltanto la negazione riformista. Come a dire che un’Internazionale antiautoritaria e sovversiva, un’Internazionale che sappia sconvolgere davvero i piani di morte degli Stati e dell’economia, è tutta da inventare. In tal senso, conoscere e criticare il suo contrario non è che il primo passo.

Massimo Passamani

Estratto dalla nota introduttiva a: Sylvie Deneuve – Charles Reeve, Al di là dei passamontagna del Sud-Est messicano, ed. NN, 1998

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La necessità di distruggere la tecnologia

(…)

Tutto il bagaglio di tecnologie di base oggi impiegato in tutti i campi del vivere sociale, proviene dalla ricerca militare. Il suo uso civile ubbidisce a questa logica molto più di quanto non possiamo capire immediatamente. Infatti, tutto quello che siamo riusciti ad evidenziare è stata la messa in pratica di un preciso e scientifico progetto autoritario gerarchico nel modo di organizzarsi, mentre sarebbe stato più importante capire i meccanismi inconsci che a livello di massa consentono al potere di superare l’immediato rifiuto iniziale, da parte della gente, per arrivare poi, ad un vero e proprio sostegno.

Il comando cibernetico è contestato da pochi, anzi la tendenza generale è quella della inevitabile accettazione. Cosa questa che porta a considerarlo indispensabile e quindi socialmente utile.

Chi indica le ragioni di una totale distruzione degli apparati tecnologici prodotti dal capitale, passa per un irrazionale ed irresponsabile che vorrebbe portare la civiltà indietro fino all’età della pietra.

Ma, riflettendo, ci accorgiamo dell’infondatezza di queste affermazioni che fanno il gioco di coloro che sostengono le logiche del dominio. La tecnologia attuale è, in realtà, il risultato pratico di una forma di conoscenza maturata nel corso dello sviluppo industriale dei processi produttivi del capitale. Essa non è costituita da un bagaglio di pratiche applicate in forma neutrale alla struttura sociale, dato che a motivarla è pur sempre la logica di potere di coloro che sostengono lo sviluppo della società. La preoccupazione di salvaguardare alcune tecnologie rispetto ad altre diventa un modo preciso per ostacolare il processo di distruzione totale dell’intero assetto produttivo del dominio. In più, porta, fin da adesso, a porre limiti alla propria azione rivoluzionaria, oltre ad intrattenere un rapporto sociale ambiguo con le strutture del dominio. Quindi, coloro che, pur affermando di essere rivoluzionari, sostengono la necessità di salvaguardare una parte della tecnologia prodotta dal capitale, non vedono che in questa posizione danno una mano ai riformisti dichiarati, i quali, più coerentemente, sostengono una modificazione continua di tutti gli organismi del potere in modo che il sistema risulti sempre funzionale ed aderente alle nuove esigenze di dominio e ai cambiamenti della società.

Il nostro progetto radicale e totale di distruzione della tecnologia dovrà certo calarsi all’interno del processo rivoluzionario ma, fin da adesso, manifesta il fatto positivo di non porre alcun limite a priori al corso dello stesso processo rivoluzionario, né di ipotecarlo all’interno delle nostre attualmente limitate conoscenze.

Con ciò vogliamo evitare di cadere nel pregiudizio che per risolvere i problemi di una rivoluzione sociale contemporanea basti il semplice ricorso al bagaglio di conoscenze attualmente acquisito. Siamo contro coloro che manifestano una rassicurante certezza del genere considerando conclusive le attuali conoscenze.

Per come stanno adesso le cose, i cosiddetti scienziati che studiano l’intelligenza artificiale o, più genericamente, l’applicazione delle attuali tecnologie ad altri campi del sapere, in realtà sono operai della scienza. Possiedono una altissima specializzazione in un dato campo scientifico, ma, la maggior parte di loro, ignora cosa succede negli altri settori della ricerca, per non parlare della realtà sociale che spesso trascurano completamente vivendo nel clima asettico ed ovattato dei loro laboratori.

Non dobbiamo dimenticare che i ragionamenti di questi operai della scienza somigliano molto alle macchine che progettano, dato che applicano la logica binaria e sono sostanzialmente incapaci di pensare al di fuori di questo schema. Non sono ragionamenti creativi, non possono apportare alcuno sviluppo del pensiero in nessun campo del sapere. Solo la nostra ignoranza ce li fa considerare come cervelloni. Argomento che andrebbe approfondito per rendersi conto del fatto che costoro costituiscono la nuova classe intermedia prodotta dalla rivoluzione tecnologica.

Il nostro spingere verso un rifiuto conoscitivo dell’intero bagaglio tecnologico è un modo concreto di porsi il problema di ostacolare lo sviluppo produttivo del capitale.

La nostra ricerca di un radicale cambiamento sociale ci ha fatto riflettere sul fatto che, anche in campo scientifico, le più grandi scoperte l’uomo le ha fatte proprio nel momento in cui il principio di autorità è risultato assente o vacillante a tutti i livelli nella società costituita, come è accaduto al principio di questo secolo. Non si può essere rivoluzionari solo in rapporto ad una struttura sociale che non si accetta, ma bisogna esserlo in tutti i campi, compreso quello scientifico, visto che il compito che si vuole assolvere è quello della radicale distruzione dell’ordine dominante che ha radici ovunque e, di conseguenza, va attaccato ovunque. Il solo atteggiamento da tenere nei riguardi dei padroni della scienza, è quello di scorgere, in prospettiva, cosa nascondono dietro le cose più innocue ed umanitarie che, di volta in volta, presentano al grande pubblico di profani che si limita ad ascoltare stupefatto. Questo riveste per noi una grande importanza, dato che siamo abituati quasi sempre ad accorgerci solo delle cose più vistose e superficiali che ci circondano.

I padroni, i governanti e i loro servitori si preoccupano molto di evidenziare certe cose, quel tanto che basta per catturare la nostra innata curiosità, spingendoci a guardare verso tutto quello che, in realtà, non riveste concreta importanza. In questo modo ci fanno tralasciare le cose più importanti che vanno poi realizzate a nostra insaputa, sulla nostra pelle.

Non dobbiamo sottovalutare l’intelligenza del nostro nemico, se no si finisce per andare incontro ad amare disillusioni, come è accaduto in un recente passato. Lo scopo di chi domina è quello di impiegare tutti gli strumenti che l’attuale conoscenza scientifica offre, non certo per liberare o alleviare la sofferenza dell’umanità ma per farla continuare a soggiacere dentro gli attuali rapporti di dominazione, che di volta in volta vengono modificati. Il capitale e lo Stato si trovano costretti a questa incessante modificazione proprio a seguito delle lotte che i proletari sostengono giornalmente contro di loro. Comunque, nonostante le grandi ricchezze che vengono devolute ogni giorno in questo attacco contro i proletari, la cosa è sempre più difficile e problematica, perché in fondo, basta poco a chi si rivolta per mandare a catafascio tutti i progetti di una gestione indolore del dominio.

I rivoluzionari partono da questo impercettibile vantaggio nell’attaccare il capitale e lo Stato, una volta però che manifestino l’intenzione di volerli distruggere radicalmente, sulle basi di una lotta sociale globale la quale, per sua natura, non riconosce alcun limite, né tende né vuole concedere al nemico alcuna tregua. Qui stanno racchiuse le ragioni rivoluzionarie del perché bisogna distruggere l’intero apparato tecnologico, al di là dell’uso che molti pensano di farne in futuro.

Tutto questo per evitare che la lotta sociale rivoluzionaria cada nella trappola tesa dai radical-riformisti, i quali, della distruzione parziale delle strutture di dominio, hanno fatto il punto di partenza della ristrutturazione.

Siamo quindi contro coloro che sostengono la critica politica, anche nel campo della scienza, poiché tale critica cerca sempre di ridurre le ragioni di un’opposizione radicale ad una semplice questione di dettaglio riguardante certe scelte operative. Così facendo, i sostenitori della critica politica cercano un aggiustamento e un accordo col nemico di classe che si dimostra intelligentemente disposto a modificare formalmente la propria posizione, e ciò allo scopo di ricostruire un nuovo e più razionale consenso attorno alle istituzioni minacciate.

Nessun feticcio deve albergare nelle nostre menti. Se abbiamo avuto la forza di costruirci mille catene, possiamo avere anche quella di spezzarle. Dipende da noi e dalla convinzione  che avremo di spingerci coerentemente oltre le barriere dei pregiudizi e dei tabù, costituiti a tutti i livelli. (…)

L’ottusità dell’essere sempre disposti a ricominciare sta nelle ragioni di chi non ha mai smesso di farlo, nemmeno nei momenti più bui, cosciente che senza sogni da realizzare o avventure esistenziali da percorrere, da solo o insieme ad altri, non si riuscirebbe a vivere ma solo a vegetare.

Pierleone Porcu, Viaggio nell’occhio del ciclone, Ed. Anarchismo, Opuscoli provvisori

Pubblicato su “Anarchismo” n. 56, marzo 1987, pag 20-45

Disponibile in distribuzione e per la consultazione.

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Nuovi titoli in Biblioteca

Un po’ di nuovi titoli catalogati e disponibili per la consultazione.

  • s. a., L’umanità contro il vaiolo. Riflessioni storiche al di là del trionfo della Tecnica, ed. ACRATI, 2021, pag. 16;
  • Errico Malatesta, Rivoluzione e lotta quotidiana. Scritti scelti, ed. Antistato, 1982, pag. 297;
  • Marco Rossi, Avanti siam ribelli. Lanciotto Ballerini e i Lupi Neri. Monte Morello 1943-’44, Autoproduzioni Ateneo Libertario, 2020, pag. 36;
  • Antonio Caronia / Massimiliano Mazzotta, L’oro nero dei Moratti. Oil secondo tempo, ed. BePress, 2011, pag. 143 + DVD;
  • Marco Valsecchi, Il Passatore. Re della strada, re della foresta, ed. Bevivino, 2005, pag. 125;
  • Guido Barroero, I Figli dell’Officina. I Gruppi Anarchici d’Azione Proletaria (1949-1957), ed. Centro Documentazione Franco Salomone, 2013, pag. 253;
  • Gabriele Fuga / Enrico Maltini, Pinelli. La finestra è ancora aperta, ed. Colibrì, 2016, pag. 171;
  • L.A.S.E.R. (Laboratorio Autonomo Scienza Epistemologia Ricerca), Scienza Spa. Scienziati, tecnici e conflitti, ed. Derive Approdi, 2002, pag. 167;
  • Cristina Balzano, Cento anni di cinema civile. Dizionario cronologico tematico, Editori Riuniti, 2002, pag. 380;
  • Osvaldo Bayer, Patagonia rebelde, ed. Eléuthera, 2020, pag. 191;
  • Pierre Clastres, L’anarchia selvaggia, ed. Eléuthera, 2021, pag. 142;
  • John K. Cooley, Una guerra empia. La CIA e l’estremismo islamico, ed. Eléuthera, 2000, pag. 399;
  • Gustav Landauer, La comunità anarchica. Scritti politici, ed. Eléuthera, 2012, pag. 187;
  • Ahmed Othmani, La pena disumana. Per una critica radicale del carcere, ed. Eléuthera, 2011, pag. 142;
  • Marcus Rediker, Canaglie di tutto il mondo, ed. Eléuthera, 2020, pag. 228;
  • Marshall Sahlins, L’economia dell’età della pietra, ed. Eléuthera, 2020, pag. 452;
  • AA. VV., I Tupamaros in azione. Testimonianze dirette dei guerriglieri, ed. Feltrinelli, 1971, pag. 248;
  • Alain Labrousse, I Tupamaros. La guerriglia urbana in Uruguay, ed. Feltrinelli, 1971, pag. 212;
  • Enrico Ferri, Studi su Stirner. L’Unico e la Filosofia dell’Egoismo, ed. La Fiaccola, 2021, pag. 252;
  • Marco Piracci, Cyborg, ed. La Fiaccola, 2020, pag. 87;
  • AA. VV., Tortura fuorilegge, ed. Forum, 2021, pag. 127;
  • Carlo Carotti, Alla ricerca del paradiso. L’operaio nel cinema italiano 1945-1990, ed. Graphos, 1992, pag. 180;
  • James Lucas, Gli ultimi giorni del Reich, ed. Hobby & Work, 1998, pag. 320;
  • AA. VV., Contributi dalla Fiera del Libro Anarchico. Marsiglia 2019, ed. L’Impatience, 2021, pag. 114;
  • Guy Debord, Rapporto sulla costruzione delle situazioni e sulle condizioni dell’organizzazione e dell’azione della tendenza situazionista internazionale, ed. Nautilus, 2007, pag. 43;
  • s. a., Max Stirner e la filosofia dell’insurrezione: uno strumento in più per l’approccio a L’Unico e la sua proprietà, ed. Nero Abisso, s. d., pag. 78;
  • Stepniak (Sergej Michajlovic Kravcinskij), Morte per morte, ed. Nero Abisso, 2021, pag. 31;
  • Mariarosa Dalla Costa, Donne e sovversione sociale. Un metodo per il futuro, ed. Ombre Corte, 2021, pag. 116;
  • Dario Paccino, L’imbroglio ecologico. L’ideologia della natura, ed. Ombre Corte, 2021, pag. 233;
  • s. a., Varkarides. I battellieri. Il gruppo nichilista di Salonicco 1898-1903, ed. Sabot Biblioteca Anarchica, 2021, pag. 56;
  • s. a., 5G & energia: i buchi nella rete. Fra sineddochi e paradossi, s. e., 2021, pag. 44;
  • I giorni e le notti n°13. Rivista anarchica, luglio 2021, pag. 93;
  • Nega-Zine n°5, ed. Anarchismo, 2021, pag. 61;
  • Nunatak n°60. Rivista di storie, culture, lotte della montagna, maggio 2021, pag. 64;
  • Nunatak n°61. Rivista di storie, culture, lotte della montagna, agosto 2021, pag. 64;
  • Nurkuntra n°3. Periodico di storie, di lotta, di conflitto e prospettive anticapitaliste in Sardegna ed oltre…, febbraio 2019, pag. 64;
  • Nurkuntra n°4. Periodico di storie, di lotta, di conflitto e prospettive anticapitaliste in Sardegna ed oltre…, luglio 2019, pag. 64;
  • Nurkuntra n°5. Periodico di storie, di lotta, di conflitto e prospettive anticapitaliste in Sardegna ed oltre…, dicembre 2019, pag. 64;
  • Nurkuntra n°6. Periodico di storie, di lotta, di conflitto e prospettive anticapitaliste in Sardegna ed oltre…, maggio 2020, pag. 64;
  • Nurkuntra n°7. Periodico di storie, di lotta, di conflitto e prospettive anticapitaliste in Sardegna ed oltre…, novembre 2020, pag. 64;
  • Nurkuntra n°8. Periodico di storie, di lotta, di conflitto e prospettive anticapitaliste in Sardegna ed oltre…, febbraio 2021, pag. 64;
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Schegge d’Anarchia

Letture sparse di storia e teoria del movimento anarchico e sovversivo dagli albori ad oggi.

Le idee e le azioni di rivolta hanno sempre accompagnato la storia.

L’arsenale che si portano dietro è stimolo, spunto, riflessione, consapevolezza.

Non resta che cercare.

Ogni mercoledì dalle 18:30

Biblioteca anarchica disordine, via delle anime 2/b, Lecce

Schegge

 

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Novità in distribuzione

  • Osvaldo Bayer, Patagonia rebelde, ed. Eléuthera, 2020, pag. 191, € 13;
  • Pierre Clastres, L’anarchia selvaggia, ed. Eléuthera, 2021, pag. 142, € 10;
  • Voltairine De Cleyre, Un’anarchica americana, ed. Eléuthera, 2017, pag. 183, € 11;
  • Gustav Landauer, La comunità anarchica, ed. Eléuthera, 2012, pag. 187, € 11;
  • Markus Rediker, Canaglie di tutto il mondo, ed. Eléuthera, 2020, pag. 228, € 14;
  • Marshall Sahlins, L’economia dell’età della pietra, ed. Eléuthera, 2020, pag. 452, € 20;

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Nuovi titoli in Biblioteca

NUOVI TITOLI DISPONIBILI PER LA CONSULTAZIONE

  • n’Drea (Andrea Doria), Medicina maledetta e assassina, ed. ACRATI, 2021, pag. 55;
  • Soccorso Rosso Napoletano (a cura del), I NAP. Storia politica dei Nuclei Armati Proletari e requisitoria del Tribunale di Napoli, Collettivo Editoriale Librirossi, 1976, pag. 251;
  • Misato Toda, Anarchismo in Giappone. Scritti scelti, ed. C.S.L. “Louise Michel”, 2021, pag. 79;
  • Dario Lanzardo, La rivolta di Piazza Statuto. Torino, luglio 1962, ed. Feltrinelli, 1979, pag. 213;
  • Mario Mieli, La gaia critica. Politica e liberazione sessuale negli anni settanta. Scritti (1972-1983), ed. Feltrinelli / Marsilio, pag. 359;
  • Livio Marchese, «Né in tera, né in mare, né in cielo». Il cinema randagio di Sergio Citti, ed. La Fiaccola, 2009, pag. 272;
  • Claudio Lavazza, Pestifera la mia vita, ed. L’Impatience, 2021, pag. 323;
  • Yves Pagés, Liabeuf. L’ammazzasbirri, ed. L’Impatience, 2021, pag. 133;
  • La guerra di classe in Spagna: 1973. Gangsters o rivoluzionari?, ed. Monte Bove / Archivio di documentazione “Franco Di Gioia” / Spazio Anarchico “Lunanera” / Sa Kàvuna, 2021, pag. 86;
  • Alfredo Cospito e molti altri, Quale Internazionale?, ed. Monte Bove, 2021, pag. 296;
  • Giorgio Samorini, L’erba di Carlo Erba. Per una storia della canapa indiana in Italia 1845-1848, ed. Nautilus, 2014, pag. 171;
  • Contro la pedagogia, qualsiasi pedagogia. Riflessioni di un individualista anarchico sul tema dell’educazione, della scuola e degli orientamenti pedagogici libertari, ed. Nero Abisso, s. d., pag. 27;
  • Albert Caraco, Breviario del caos, ed. Nero Abisso, s. d., pag. 84;
  • Dimitris Koufontinas, L’Organizzazione Rivoluzionaria 17 Novembre. 13 risposte dal carcere, ed. PGreco, 2021, pag. 122;
  • International Union of Left Publishers (a cura dell’), La Comune di Parigi, ed. Red Star Press, 2021, pag. 144;
  • Giuseppe Bucalo, DIzionARIO antipsichiatrico. Esplorazioni e viaggi attraverso la follia, ed. Sicilia Punto L, 2006, pag. 131;
  • Joan Busquets Vergés, Il semplice. Un guerrigliero anarchico racconta, ed. Zero in condotta, 2021, pag. 251;
  • Emma Goldman, Un sogno infranto. Russia 1917, ed. Zero in condotta, 2017, pag. 114;
  • Louise Michel, Presa di possesso, ed. Zero in condotta, 2021, pag. 79;
  • Eulàlia Vega, Pioniere e rivoluzionarie. Donne anarchiche in Spagna (1931-1975), ed. Zero in condotta, 2017, pag. 318;
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L’umanità è un rischio da correre. Contro il green pass, l’obbligo vaccinale e molto altro

Abbiamo compreso da tempo che le varie questioni che si presentano in questo mondo non sono scollegate. Un mondo in guerra, presenta il suo conto di miseria, morti, persone in fuga. Un pianeta sfruttato e inquinato, presenta il suo conto in termini di cambiamenti climatici, devastazione della natura, malattie e ancora persone in fuga. Un mondo in cui accumulazione di ricchezze significa accumulazione di potere, ciò che ne deriva è la esclusione e repressione di coloro che a quelle ricchezze non possono accedere. Questi argomenti, ripetuti ormai da secoli, non sembrano cogliere il segno in un periodo in cui, a verificarsi, sono tutte le condizioni descritte, in maniera accelerata ed esponenziale. I discorsi fatti attorno alla pandemia, alla salute e alla gestione repressiva e mercificata che ne è conseguita, come possono essere separati da tutto il resto?

Come è possibile guardare alla guerra, in atto in tanti Paesi nel mondo, di cui i venditori di armi sono responsabili fino al midollo (Italia in prima fila) e non rendersi conto di quanto il militarismo abbia invaso anche il nostro quotidiano, con una richiesta continua di obbedienza e disciplina? Come è possibile guardare e opporsi ad una grande opera o una nocività che devasta e colonizza un territorio e non rendersi conto che il profitto e lo sfruttamento che ne sono la causa sono gli stessi che regolano la produzione e somministrazione di vaccini (o meglio terapie geniche) che utilizzano come cavie miliardi di corpi nel mondo, poiché di capitalismo stiamo parlando?

E infine come è possibile non rendersi conto della stretta securitaria, discriminatoria e totalitaria che l’utilizzo di uno strumento come il green pass comporta? Non è solo la socialità ad essere preclusa per molte persone che rifiuteranno di vaccinarsi, così da stigmatizzare chi deciderà di continuare a scegliere, ma molte persone si troveranno a dover fare i conti con la sopravvivenza, sospesi dal lavoro e impossibilitati a trovarne un altro. Ciò che dovrebbe essere intimo e personale, vaccinarsi o meno, diventa un ricatto costante, da esibire e mettere in mostra, da controllare costantemente, da punire.

L’umanità è un rischio da correre. Obbedire e accettare passivamente ciò che è ingiusto non farà altro che stringere le catene, per tutti. Poiché la libertà non è un confine, essa aumenta laddove aumenta quella degli altri e viceversa. Strumenti come il green pass invece sono strumenti di controllo, ricatto, esclusione, e come tali inaccettabili. Non più esseri umani, solo numeri e codici. È importante rifiutarsi di chiederlo, scaricarlo, esibirlo, laddove è possibile. E non curarsi delle conseguenze legali. Non cedere al ricatto della paura e praticare solidarietà.

Poiché nessun cambiamento importante è possibile senza opposizione e rifiuto.

Umanità

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Claudio Lavazza, Pestifera la mia vita

Chi è Claudio Lavazza lo si intuisce fin dalla prima pagina di questo
libro: le azioni di cui è accusato parlano chiaro. Un ribelle, anarchico, guerriero, espropriatore, che ha partecipato, insieme a tanti giovani della sua generazione, al tentativo di cambiare la società e il
mondo, assumendosi tutta la responsabilità di farlo con gli strumenti che riteneva adeguati. La sua biografia non è soltanto una testimonianza in più sulla lotta armata di fine anni Settanta inizio anni Ottanta, ma è anche il ritratto di un uomo che, caso piuttosto raro, nella stagione di spietata repressione dell’insorgenza armata in Italia, non si rifugia all’estero per accomodarsi tra le promesse di governi più o meno garantisti, non accetta la condizione di rifugiato politico, ma prosegue la sua lotta Oltralpe, mettendo in pratica con lucida coerenza i princìpi dell’internazionalismo proletario e dimostrando che, proprio
come l’ingiustizia e la disuguaglianza, anche l’urgenza di combatterle
non conosce frontiere. Con una ferrea disciplina e una cosciente
determinazione, non pensa ad arricchirsi e a sistemarsi, nonostante gli
espropri per i quali è stato condannato abbiano fruttato bottini più che
allettanti. Prosegue la sua lotta affrontando le difficoltà di ogni
esiliato e di ogni perseguitato. Claudio pretende non venga tirata una
riga sulla sua esperienza, che mai considera conclusa, nemmeno quando,
nel dicembre del 1996, a Cordoba, viene ferito in un conflitto a fuoco e
poi arrestato: la sua battaglia prosegue anche in carcere. In quel
“carcere dentro il carcere” che è il regime Fies dello Stato spagnolo,
al quale è sottoposto per un lunghissimo periodo. Un’esperienza di oltre
quarant’anni, che unisce senza ripensamenti le lotte di ieri a quelle di
oggi, con una visione concretamente internazionalista e ostinatamente
radicale. Attraverso i suoi racconti, Claudio ci trasmette la forza che
ha animato le sue battaglie, messe a dura prova dall’esilio prima e dal
carcere fino ai giorni nostri, senza perdere quell’entusiasmo che gli ha
permesso di affrontare, giorno dopo giorno, l’isolamento e la tortura
della reclusione.

Edizioni Impatience, ristampa aggiornata, luglio 2021, pag 328, euro 13.

Disponibile in biblioteca per la consultazione e l’acquisto

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La Democrazia

Tutta la Russia liberale è in sommovimento. Volge gli occhi in alto, verso il nuovo ministro Sviatopolk. Da lì si attendono le riforme, da lì si ascoltano gli inni al liberalismo… Si dice che arriverà la fine dello zarismo autocrate, che da quel momento l’individuo sarà libero, la scienza fiorirà e il popolo smetterà di essere oppresso. Gli uni – i liberali – sono pronti al completo a decorare il monumento alla Libertà Nazionale, e allo stesso tempo stanno attenti a farsi proteggere da un esercito di poliziotti. Gli altri – socialdemocratici e socialrivoluzionari -, affannati per l’entusiamo, stanno convincendo i lavoratori che la Democrazia è un’arma eccellente per la successiva liberazione operaia. Allora si rallegreranno tutti… Con passione si sono dati alla loro santa opera: costruirsi il loro piccolo nido democratico. I socialisti accompagnavano la loro opera con inni socialisti. Però per voi, per la classe operaia, c’è qualche ragione per essere allegri? Non sarebbe bene chiedersi che cosa sia mai la Democrazia, e che cosa vi dia, che cosa possa darvi?

La Democrazia significa governo del popolo. Il popolo invia i suoi rappresentanti al parlamento ed i deputati riuniti difendono gli interessi dei gruppi che li hanno inviati. Il diritto al voto pare fondamentale. Spesso, il popolo si chiede – non sempre e non dappertutto – se una tale decisione convenga. In certi paesi, i democratici aspirano alla legislatura popolare diretta, affinché il popolo stesso promulghi la legge. Nella Democrazia avrete la libertà di espressione, di stampa e di riunione. In alcuni paesi tali libertà sono maggiori, in altri meno. Così, come vedete, per Democrazia s’intende il governo popolare. Ma voi, operai, dovete riflettere su che utilità abbia e possa avere la Democrazia per la vostra lotta. Questa questione potrete risolverla solamente se non vi dimenticate di un fatto, che la società attuale è divisa in classi. Questo significa che da un lato esistono i proprietari, che hanno nelle loro mani la terra, le macchine, i prodotti, le case, tutto ciò che è necessario per l’esistenza umana; dall’altro lato vi sono i lavoratori, che non posseggono nulla e vendono i propri corpi, cervelli e anime al Capitale, i disoccupati e i contadini, affamati, ingannati, che esauriscono la linfa vitale della madre terra e di loro stessi, gravati da debiti e tasse. Voi: la classe. La vostra felicità e la pace, la vostra stessa esistenza, dipendono da un’unica condizione: con la violenza dovete prendere nelle vostre mani le ricchezze della terra e distruggere lo Stato, questo Stato che da sempre governa sopra di voi e da sempre difende i ricchi dalle vostre rivolte. Operai, ora dovete capire che, nonostante siate una classe per la vostra condizione, siete ancora lontani dall’essere una classe nei fatti, con piena coscienza di sé. È così perché la gran parte di voi non agisce come una classe… No, state difendendo i vostri signori, i vostri nemici. Sono tante le ragioni della vostra disgrazia. Una di esse è che i preti, gli scienziati, gli avvocati e gli artisti della classe padronale cercano di nascondere il fatto che voi siete i nemici di questo sistema, gli schiavi, carne da cannone. Vogliono convincervi che voi e i vostri nemici siete un unico popolo, una nazione. Ma il vostro obiettivo, il vostro compito, la vostra unica aspirazione, deve essere quella di togliere tutto alla nobiltà ed ai proprietari. Dovete fare la rivoluzione sociale e per farla dovete lottare. Voi disoccupati dovete prendervi quel che vi manca e dovete armarvi. L’operaio deve smetterla di offrire i propri muscoli per accumulare le ricchezze degli altri e deve attaccare la proprietà. I contadini devono occupare le terre, saccheggiare i boschi dei latifondisti.

Ci sono altri mezzi di lotta? No!

La classe ha solo ciò che ha conquistato. La forza della classe operaia, risiede nella violenza, perché non possiede nulla, non ha nessuno che la difenda, né un esercito che possa lottare per lei…

Durerà molto la necessità della violenza? Fino a che ci sarà lo Stato, che genera e tutela la proprietà, il maggior sostegno della violenza e della malvagità. Non dimenticate questi tre punti: siete una classe nemica di qualsiasi nazione, vi convertirete in una classe quando agirete, e le vostre azioni seguiranno la via della violenza.

Detto ciò, ora sarà piuttosto facile rispondere alla seguente domanda: <Che importanza ha la Democrazia per voi?>.

In effetti la Democrazia è il governo popolare. Così la gran parte delle domande ha già una risposta. Ciononostante, qualsiasi governo nel passato e nel futuro è servito e servirà solo come strumento di oppressione e rancore; non sarebbe male riflettere un po’ sul significato di governo popolare. Il popolo racchiude in sé sia il lupo che l’agnello, le fiere e le prede sgozzate. Le bestie sono i proprietari e le prede sono gli esclusi. Il governo popolare deve giungere a dei compromessi con le sue leggi. Riuscite ad immaginare, per un solo istante, di stare seduti assieme ai vostri nemici? Cosa significa per voi la maggioranza dei voti? È superfluo dire che in futuro la gente libera non deciderà certo le cose in questo modo…Per voi operai che senso avrebbe la maggioranza borghese dei voti… Tra voi e la borghesia c’è una differenza qualitativa e non tanto quantitativa… Voi volete distruggere ciò che essi proteggono, ed in ogni istante di questa lotta loro sono i vostri nemici. E quando raggiungeranno la maggioranza, cosa che può accadere solo quando si appoggeranno sui vostri fratelli incoscienti e vessati dalla paura, bisognerà comunque continuare a lottare, a lottare con violenza. La violenza è l’unica sorgente della vostra forza. Proprio perché siete in tanti non dovete inginocchiarvi davanti a loro, ma dovete iniziare a lottare.

E così, a voi – che siete solo figli di una classe e non di una nazione – si offrirebbe di dar vita ad un governo popolare… Perché? Vogliono che voi vi sentiate membri della società borghese e dimentichiate il bisogno di distruggerla. I nostri nemici si preoccupano sul serio dell’opinione della maggioranza? Suvvia! Quando c’è sciopero e gli operai – la maggioranza di una città – si ribellano, loro rispondono con le pallottole o il carcere. La Democrazia vi dice: <Parla di quel che vuoi, scrivi quel che vuoi ma… non toccare la proprietà privata, né lo Stato!>.

I vostri interessi andranno sempre contro tutto ciò. I vostri interessi vi spingeranno sempre a prendervi tutto, fino alle fondamenta, a distruggere e destabilizzare lo Stato.

Allora, se siete democratici, potrete godere delle libertà perché non intaccate le fondamenta (la proprietà), e se non siete democratici e praticate la lotta di classe non avrete mai tale libertà. Vi possono parlare delle libertà di riunione, associazione, espressione, stampa, ecc. Ma voi dovete riunirvi con altri obiettivi, per leggere, studiare e pianificare le vostre forze, per poter attaccare la proprietà in un modo efficace. (…)

I comunisti anarchici russi, 1904

Anarchici di Bialystok 1903-1908, Ed. Bandiera Nera

disponibile in distribuzione e per la consultazione

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