Le informazioni e le conoscenze sullo stato di salute del pianeta di cui dispongono i Governi, certo più approfondite e allarmanti di quanto comunichino alla massa, hanno spinto il Parlamento europeo ad adottare la recente risoluzione che imporrebbe, a partire dal 2035, lo stop alla produzione di auto con motore a scoppio – benzina, diesel, metano, gpl e perfino ibride – per concentrarla esclusivamente sulle auto elettriche, nel vano tentativo di ridimensionare, o quantomeno contenere, l’inquinamento e l’innalzamento della temperatura globale della biosfera.
Subito si sono levate le dichiarazioni di giubilo dei politici della sinistra progressista, che vedono nel progresso scientifico e nell’avanzamento tecnologico la panacea di tutti i mali che scienza e tecnologia hanno causato, a cui hanno fatto da controcanto le affermazioni dell’ala più reazionaria della politica, preoccupate invece della scelta del Parlamento europeo.
Un giornale di destra, che non citiamo per decenza, è arrivato a pubblicare un articolo dal titolo tanto emblematico quanto paradossale: “Moriremo di utopia”.
Magari, verrebbe da pensare…
Se “utopia” da un punto di vista etimologico significa “non luogo”, sotto il profilo ideale rappresenta qualcosa non solo di sconosciuto, ma anche di inconoscibile, ovverosia un qualcosa verso cui tendere – la tensione utopica – ma che non si è in grado di conoscere, di immaginare e prefigurarsi. In un certo senso si tratta di una possibilità, di una salto nel buio non perché si conosce cosa si andrà ad incontrare, ma per una sorta di visione del mondo al negativo, ovvero perché si odia e si detesta ciò che già si conosce. Un’occasione aperta sul nulla, all’interno della quale tutto distruggere e tutto provare a ricostruire, abbandonando gli schemi mentali che ci hanno fino a quel punto accompagnato, per provare a realizzare i più folli e fantastici sogni da bambini che custodiamo negli angoli più reconditi del cuore.
Nel corso dei secoli milioni di uomini e donne hanno lottato per provare a realizzare questi loro sogni, per concretizzare le loro utopie, e la prospettiva di morire non li ha mai fermati, benché sapessero che nel momento in cui sceglievano di battersi, la morte sarebbe stata una possibilità reale; eppure questo li rendeva addirittura felici, audaci e coraggiosi, perché si sarebbe potuto – finalmente! – morire per l’utopia, non certo di utopia, che essendo per l’appunto un non luogo è, come tale, irraggiungibile. Un cammino senza fine, sempre perfettibile, che lascia inevitabilmente insoddisfatti e come tale spinge ad una lotta sempre maggiore; non l’eden promesso da tutte le religioni, ma la concezione e la concrezione mentale di un mondo realmente altro…
La questione è quindi esattamente opposta a come la stampa vorrebbe presentarla. Non si tratta di tentare soluzioni che evitino all’umanità di finire nel baratro, bensì di stabilire tra quanto tempo essa si schianterà nel fondo di quel baratro in cui sta già precipitando.
Stiamo morendo di realismo. In esso ci sta facendo annegare un capitalismo che continua a proporre come soluzione delle toppe peggiori del buco, il cui unico modo per continuare a stare in piedi è rincorrere se stesso. Correre sempre più veloce per evitare di cadere. Ma fino a quando?
Eppure non occorre essere scienziati per capire che quando ci saranno miliardi di auto a motore elettrico sarà necessaria una quantità abnorme di energia per permetterne la circolazione, o per sapere che per costruire una sola batteria per auto elettriche occorrono le cosiddette “terre rare”, per la cui estrazione si combattono guerre, si devastano aree del mondo, si inquina e si sfrutta la manodopera dei più disgraziati nelle zone più povere del pianeta. E quanta energia, quanto carburante fossile consuma un macchinario impegnato a sventrare e scavare la Terra per estrarre queste “terre rare”? Siamo di fronte a un non-senso che solo il realismo assassino di chi crede di risolvere un problema creandone uno più grande può far finta di ignorare, demandando le soluzioni ad un futuro lontano in cui confidano che Scienza e Progresso porteranno soluzioni definitive.
Di fronte a tutto ciò, l’utopia è la sola possibilità che abbiamo. In ogni caso, meglio morire per essa che attendere stancamente lo schianto sul fondo mentre ci raccontano che volteggiamo liberi e leggeri nel cielo.
Se le fondamenta sono marce, inutile pensare di continuare a costruire piani per edificare un grattacielo, nella speranza che in alto l’aria sia più pulita. Unica possibile soluzione: abbattere l’edificio, e provare a ripartire da zero.

vista” è stata soppiantata da una forte miopia, che tuttalpiù spinge gli artisti a vedere fino al più vicino scranno del potere, presso cui chiedere udienza per accedere alle briciole di qualche finanziamento pubblico; impossibile pensare in termini di surrealismo, quando ci si accontenta del più becero realismo.
di piantare alberi ovunque. Con la sua indole libera, che viveva come una catena anche i propri vestiti. Con la sua tenacia nel lottare contro il fideismo religioso, la più perniciosa delle credenze, come lui la definiva. Chopper ha pagato alto il prezzo del suo essere e dei suoi gesti essendo stato sottoposto a numerosi TSO che tuttavia non lo hanno mai domato. Egli era profondamente consapevole di se stesso, di ciò che la vita gli aveva riservato, e di ciò che la religione e la psichiatria, in questo caso a braccetto, gli avevano arrecato. Oltre alla gioia, alla profondità e sensibilità, all’ironia, era l’inquietudine ad essere sempre presente nei suoi pensieri. Ed è ciò che la società, con le sue regole e i suoi schemi, non ha saputo e voluto accettare. E Chopper ha sentito spesso il peso di una comunità chiusa, incentrata sui suoi riti e poco disponibile ad aprirsi alla fantasia di un delicato. Una comunità che osanna ogni anno un santo, Giuseppe da Copertino, che prima di essere riconosciuto tale dalla Chiesa, nel tentativo di recuperare il seguito che aveva tra la gente, è stato perseguitato e processato perché ritenuto pazzo e blasfemo.